Purtroppo il mondo è pieno di gente con un’intelligenza fuori dal comune, anche dalla regione a leggere certe cose. Il problema della casa agli extracomunitari, italianissimi, è tal quale a quello degli anni cinquanta con l’immigrazione al nord dei terroni; adeso ci si è abituati e si guarda un po’ più a sud. Non sai la fatica che facciamo a trovare casa ai cinesi, regolari con permessi in ordine e contratto di lavoro. Quello che devi ai tuoi figli, questo è il mio commento personale, non è l’agressività per proteggerli, ma la fermezza nell’educarli al rispetto degli altri e nel far valere i loro diritti con decisione sia per un contratto regolare di affitto che per un cappuccino. Claudio
Al di là di ritenere attendibile come fonte un giornale, va all’articolo sicuramente il merito di tenere viva l’attenzione su una guerra in cui l’Italia, alla faccia della sua costituzione, è tutt’ora impegnata. Guerra che non ricordo se è stata dichiarata, ma che sicuramente non è di difesa del territorio, di peace keeping o altre motivazioni amene. Guerra di cui si sa meno del necessario, nata per interessi di parte ed in cui ci siamo deliberatametne schierati dalla parte di quelli che credevamo i sicuri vincitori. Come in tutte le guerre. In ogni caso, in guerra siamo, come dice il ministero della difesa.
Se i valsesiani si svegliano per me va anche bene. Se poi si decide che la Valsesia debba essere uno stato indipendente può darsi che sia la strada giusta. Ma ditemi subito due cose: la prima, quali sono i confini, perchè a quel punto vedere tanti leghisti che si danno tanto da fare tra Torino e Roma mi sembra un controsenso; la seconda è quanto sono permeabili i confini? Li teniamo ben chiusi così muoriamo per autostrangolamento finanziario, oppure li lasciamo aperti perchè abbiamo bisogno di turisti e marocchini che ci costriuscano le case e facciano girare le nostre rubinetterie, in modo che non cambi nulla se non il nome? O facciamo la classica via di mezzo all’italiana? Ditemi anche un’altra cosa: cosa c’è di così meraviglioso in questa valle da non potersene andare e, anzi, volerla isolare dal resto d’Italia per preservarla? Non è questione di dove si governa me di chi e in nome di chi. A.
Sicuramente sono cambiati i genitori e di conseguenza l’educazione dei figli, intesa come rispetto per le istituzioni e stima per l’istruzione. E’ cambiato il modo di insegnare, sono cambiati gli insegnanti, nipoti della Montessori e figli del ’68. Lei mette l’accento sulla preparazione e capacità degli insegnati: devo darle ragione, in alcuni caso ho trovato dei perfetti idioti a cui sono dovuto sottostare. Un vecchio professore universitario, in una intervista ha detto: "Una volta c’erano 1 o 2 studenti bravi per corso che avevano le carte per poter insegnare, gli altri li si scartava perchè non così brillanti. Poi con la scolarizzazione di massa, abbiamo dovuto prendere tutti, con il risultato che ne è scaduta la qualità dell’insegnamento." Commette però un piccolo errore: lei cita la sua esperienza al liceo dove non c’è pratica, non ci sono strumenti da utilizzare, dove non ci sono laboratori. Ben diversi sono gli istituti tecnici e professionali, dove macchine e laboratori sono alla base della preparazione: un tornio a testa è ben diverso da un tornio ogni 5 studenti. Provi a pensare come cambierebbe la vita in città se, invece di un autobus per linea, ce ne fosse uno solo per tutta Milano. Come cambierebbe il servizio? Purtroppo la legge non prevede di aumentare i macchinari, le provette o i reagenti, in funzione del numero di alunni. Il budget è quello a prescindere. Per questo all’università le lezioni sono aperte al pubblico e gli iscritti al corso possono essere 200, ma quando si fa pratica i grupppi rimangono comunque di 15-20 persone. A.