Quelle transazioni finanziarie che portano al suicidio dello Stato
Mettiamoci nei panni di un imprenditore, di quelli che formano oltre il 90 per cento delle imprese in Italia e che sostanziano la produzione interna per la gran parte. Di quelli che sono a capo di micro o piccole imprese, ma a volte anche con decine di lavoratori e dove il rapporto di lavoro con gli impiegati e gli operai è nato in base a rapporti di conoscenza diretta o di natura familiare, protratto nel tempo e in cui non si distingue a volte il lato lavorativo o personale.
Questo imprenditore vede anno dopo anno restringere le sue possibilità di essere presente nel mercato, perché con l’apertura delle frontiere non vi è possibilità di competere viste le condizioni che permettono di importare qui in Italia prodotti a basso costo.
Poi ci sono le regolamentazioni di origine europea che impongono cambiamenti, adempimenti, adattamenti costosi che aggiungono oneri al prodotto e che non trovano eguali nei prodotti di importazione extraeuropea. Poi viene la crisi e con essa aumenti sconsiderati di imposte di varia natura, di accise e ulteriori adempimenti che restringono quelle residue possibilità di galleggiare in un mare in tempesta. Se il presente risulta così difficile cosa può pensare dell’orizzonte prossimo chi non ha sicurezze, garanzie, appoggi?
Contro la sicumera di chi predica sacrifici avendo come obiettivo solo il puntellamento del sistema in cui è vissuto, cosa può pensare chi deve confrontarsi anche con gabellieri pubblici che vanno cumulando esose tasse con interessi e sanzioni spropositati?
Cosa deve pensare l’imprenditore qualunque che non ha accesso al credito ma vede le banche ricevere soldi dalla Bce all’1%, le quali acquistano titoli pubblici italiani al 7% (nemmeno questo è vero, per altro, perché in buona parte ne fanno altri usi) il tutto con la garanzia dello Stato nazionale?
Lo stesso Stato che con ulteriori tasse avvia strane transazioni finanziarie con il Fondo monetario, perché l’Fmi acquisti titoli italiani: ancora una volta, con il guadagno dell’FMI per titoli al 7 per cento. Il tutto garantito dallo Stato Italiano. Domanda: non è che con queste decisioni aumenta il debito pubblico? E dove sta il Mercato in tutto questo?
Di questa macchinosa, complicata e diremmo fideistica conduzione della politica finanziaria cosa possono pensare quelli che devono inventarsi ogni giorno una ragione per sopravvivere? Qui sembra di stare negli anni ’30, ma non in Occidente, ove le decisioni degli Stati furono di ben altro contenuto. Qui lo Stato tartassa i cittadini per sostenere le banche, che non sostengono le imprese ed i cittadini: roba che fa il paio con quanto si pensava e si faceva negli anni ’30 in Russia, quando si costrinse alla morte milioni di piccoli contadini.
Stanno puntellando un sistema che è in piena crisi, lo stanno sostenendo con fiducia, anzi con fede. Fede laica ed assoluta, che non ammette spazi per il dubbio o per il confronto, né per ripensamenti: e guai per chi rimane indietro!
E mentre nemmeno il Presidente dell’Istat ci capisce niente (o fa finta di non capire) delle lucrose indennità dei parlamentari e dei grand commis, cosa dovrebbe pensare chi teme da un momento all’altro l’irrompere nella propria vita di quell’Imprevisto (come nel gioco del Monopoli) che può stravolgere il presente ed il futuro?