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Quando vivere nella giungla è una necessità dell’anima

Non esiste solamente il mal d’Africa, la saudade per il Brasile, o il mal di Patagonia, esiste in realtà la nostalgia per tutti i luoghi che ci portano a diretto contatto con la natura più vera ed incontaminata, dove è facile sentire la presenza del divino, il mistero della creazione, dove ci viene restituita gratuitamente la nostra dimensione più umana.
 

 E’ una nostalgia facile da provare quando si torna da un breve viaggio in qualche angolo sperduto del nostro bellissimo pianeta, le foto ci aiutano nel tempo a riviverla, ma poi facilmente torniamo ad essere fagocitati dalla nostra frenetica quotidianità, ed anche i ricordi più intensi finiscono per sbiadirsi.

Le cose vanno diversamente per chi in certi luoghi ha vissuto per un periodo significativo della sua vita, come nel caso diSabine Kuegler, cresciuta nella giungla della Papua Occidentale, dove i genitori, antropologi e missionari, si stabilirono quando lei aveva solamente cinque anni, a diretto contatto con la tribù dei Fayu, oggetto dei loro studi.
«Sono nata in Nepal in un sobborgo di Katmandu dove i miei genitori si erano trasferiti come linguisti e cooperanti in progetti di sviluppo, quando venne offerta loro la possibilità di seguire un nuovo progetto: entrare in contatto con un popolo conosciuto fino a quel momento solo attraverso racconti e leggende, i Fayu della Papua Occidentale. Mio padre partì per primo per avvicinarli. Solo dopo diversi mesi lo raggiungemmo con la mamma e i miei due fratelli, io avevo cinque anni. Ricordo ancora quel momento. Già la vista della più grande foresta pluviale del mondo era qualcosa di elettrizzante. E poi abbiamo incontrato il papà che, barba e capelli inselvatichiti ci stava aspettando in una radura. Lo seguimmo e ci portò in quella che sarebbe stata la nostra casa: una capanna che aveva costruito in territorio neutrale tra le quattro tribù Fayu che, essendo acerrime nemiche, si facevano guerra in continuazione.» (http://www.sestaluna.eu/ita/Le-interviste/Intervista-con-...)
 
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La Papua Occidentale fa parte della Nuova Guinea, ed è uno dei luoghi ancora poco esplorati del nostro pianeta, tanto che di alcuni territori, anche estesi, non esiste nemmeno una rappresentazione topografica. Visitarla non è impresa facile, e dopo aver effettuato vaccinazioni, ottenuto visti, e organizzato onerosi spostamenti e pernottamenti, si potrebbe presentare l’eventualità di essere rapiti dagli affiliati al Free Papua Movement. A fare da contraltare a tante difficoltà c’è una natura di rara bellezza, paesaggi mozzafiato, tramonti indimenticabili, e soprattutto una vita che scorre con i ritmi lenti del creato.
 
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Ed è questo che Sabine Kuegler non riesce a dimenticare, dopo averlo sperimentato ogni giorno fino all’età di diciassette anni, a diretto contatto con i Fayu, con i quali ha condiviso tutto, dal cibo agli eventi della nascita e della morte. Non riesce a dimenticare quando si trasferisce in Europa per studiare e non ci riesce neanche quando si stabilisce in Germania dove cerca inutilmente di mettere radici.

“Vivere nella foresta a volte era fisicamente impossibile, ma molto semplice da un punto di vista psicologico. Al contrario, in Occidente, la velocità dell’esistenza può portare alla distruzione dell’anima
 
 
E’ necessario per lei tornare, e lo fa dopo quindici anni di assenza: "La vita dei miei genitori tra i Fayu, una comunità tribale della Papua occidentale, Indonesia, ebbe inizio più di trent’anni fa. Dopo aver trascorso l’infanzia nella giungla isolata del territorio dei Fayu, tornai in Europa all’età di diciassette anni per studiare in un collegio svizzero. Lo choc di trovarmi davanti a modi di vita così diversi lasciò in me un segno profondo. E da allora desidero tornare laggiù.
Sebbene abbia imparato a adattarmi al mondo in cui vivo, la questione della mia vera appartenenza ogni anno si fa più pressante; sono tedesca, o fayu? E così, dopo quindici anni di sforzi sostenuti per adattarmi allo stile di vita occidentale, tornerò ancora una volta alle origini della mia infanzia. Tornerò da un popolo che mi ha allevata, in un Paese la cui bellezza rimane impressa nella mia memoria. Perché il mio cuore brucia, arso dal desiderio di rivedere la giungla, di lasciare che il calore della terra e della gente mi penetri nell’anima
."
 
 
 
Torna quindi, nei luoghi a lei più cari, ma la Papua Occidentale non è più la stessa, durante la sua lunga assenza molte cose sono cambiate, le multinazionali hanno invaso il territorio e lo stanno distruggendo per ricavarne legno, petrolio e oro, la popolazione indigena viene privata delle sue risorse primarie, i diritti umani vengono impunemente calpestati sotto gli occhi indulgenti del governo di Giacarta, e la mortalità infantile e la malnutrizione sono in costante aumento.
 
Copertina il richiamo della giungla.jpg
Nasce in Sabine la necessità di testimoniare, di essere voce per la sua Papua, e lo fa scrivendo Il richiamo della Giungla(Corbaccio editore), un libro sofferto ed intenso, dove dall’incanto di una natura primordiale esce un urlo di dolore per la sua terra così duramente maltrattata, per il suo popolo oppresso e a rischio di estinzione.
"È mio dovere combattere per questa gente. Sono tornata a essere parte della loro vita, anche se non vivo più con loro."
 
 
 
 
Tutti i popoli tribali del Papua Occidentale hanno sofferto enormemente a seguito dell’occupazione indonesiana, avvenuta nel 1963. L’esercito indonesiano è responsabile di moltissime violazioni dei diritti umani: i soldati considerano i popoli di Papua poco più che animali e le loro azioni tradiscono un profondo razzismo nei loro confronti. Le risorse naturali del Papua Occidentale vengono sfruttate intensamente dal governo indonesiano e dalle multinazionali straniere, che ne traggono grandi profitti a discapito dei popoli tribali e delle loro terre. Quando le compagnie internazionali sbarcano a Papua, l’esercito indonesiano le scorta per ‘proteggere’ progetti di ‘importanza vitale’: la presenza dell’esercito è sempre accompagnata da violazioni dei diritti umani: da assassinii, arresti arbitrari, stupri e torture. I più perseguitati sono coloro che protestano contro il governo indonesiano, contro l’esercito o questi progetti” www.survival.it/popoli/papuasi

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