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Quando Gramsci incontrò Lenin (e Trotsky)

Con davvero molto piacere vi propongo questo interessante articolo dell’amico e compagno Bruno Casati, persona di grande valore umano e militante, nonché Presidente del Circolo Culturale Concetto Marchesi. Buona lettura! A.G.

di Bruno Casati

In questo anno 2017 si collocano, intrecciandosi, due importanti ricorrenze: l’80° anniversario della morte (27 aprile 1937) di Antonio Gramsci e il Centenario della Rivoluzione Russa, nei suoi due tempi, la Rivoluzione di Febbraio e l’Ottobre Rosso. Cosa pensa il giovane Gramsci, lui che nel ’17 ha 26 anni, della Rivoluzione Russa?

Il suo primo commento, siglato A.G., appare il 29 aprile del 1917 sul “Grido del popolo” all’annuncio della Rivoluzione di Febbraio, quella che rovesciò l’autocrazia degli ZAR: “è l’avvento di in ordine nuovo”. Poi, sempre sul “Grido del popolo” del 28 luglio di quell’anno, e sempre siglato A.G., appare l’articolo “I massimalisti russi”, dove, per massimalisti, termine usato nel PSI per indicare l’estrema sinistra, Gramsci intende i bolscevichi:” i massimalisti sono in Russia i nemici dei padroni”.

Per arrivare infine all’edizione milanese dell’Avanti del 24 novembre, due settimane dopo la presa del potere da parte dei soviet, dove, questa volta firmato per esteso, appare il famoso articolo “La rivoluzione contro il Capitale” destinato a suscitare commenti e le più svariate interpretazioni sino ai giorni nostri, in verità più all’estero che in Italia.

Nel 1917, cento anni fa, Gramsci, così si può dire, incontra Lenin. Ma lo conosce soltanto attraverso le notizie che, frammentarie, arrivano dalla lontana Russia e calano in un paese, l’Italia, sconvolto “dalla rotta di Caporetto” e, in una Torino, dove Gramsci era arrivato dalla sua Sardegna per studiate filologia moderna, attraversata nell’agosto dai moti per il pane repressi nel sangue. Ma cosa conosce Gramsci del pensiero del grande rivoluzionario russo?

La domanda se la pone anche Palmiro Togliatti, che visse fianco a fianco con Gramsci in quegli anni torinesi. E, nel convegno del gennaio 1958 (l’intervento di Togliatti “il leninismo nel pensiero e nell’azione di A. Gramsci, appare negli “Studi Gramsciani”, ED. Riuniti 1958) Togliatti afferma che non è dato a sapersi in modo preciso se Gramsci abbia avuto o meno la possibilità di accedere e studiare il pensiero di Lenin attraverso i suoi scritti. E se non lo sapeva lui…
Però, aggiunge sempre Togliatti, “che persino il nome del grande capo rivoluzionario russo era sconosciuto, o quasi, nel movimento operaio, prima della Prima Guerra Mondiale”.

Il suo nome comincia a circolare solo dopo la Conferenza Internazionale di Zimmerwald del 1915. Si conosce il nome ma, ed è sempre Togliatti a ricordarlo, “non si ha notizia di scritti di Lenin tradotti o anche solo pervenuti in Italia nella loro integrità “. E solo nel 1917, anno rovente, che arrivano in Italia alcuni estratti dei suoi scritti “soprattutto per il tramite di riviste e giornali in lingua francese e di una rivista americana, il Liberator…”.

È perciò e solo dal 1918, dopo l’Ottobre Rosso quindi, che talune opere di Lenin – e sono i grandi lavori teorici come “L’Imperialismo”, “Stato e Rivoluzione “, “La Rivoluzione Proletaria e il rinnegato Kautsky”, L’Estremismo” – sono tradotte e pubblicate in Italia. Ed è su queste opere che Gramsci può finalmente conoscere a fondo il pensiero di Lenin e, quindi, stabilire un nesso “tra la visione politica delle cose italiane e la dimensione internazionale della rivoluzione” come sostiene Paolo Spriano nell’introduzione agli “Scritti Politici” (ED. Riuniti 1973). Nel nesso appare il famoso pessimismo Gramsciano, anzi (è sempre Spriano) “… lo scetticismo suo sull’occasione rivoluzionaria interna, italiana, sia per la sfiducia espressa nelle dirigenze del movimento sia per l’immaturità, le remore localistiche, i dislivelli di coscienza e di organizzazione delle stesse masse”.
Sarà così che, solo dal 1922, Gramsci potrà accedere a tutte le opere di Lenin quando, per alcuni mesi, è inviato in Unione Sovietica per partecipare, con Bordiga, alla Seconda Conferenza dell’Esecutivo allargato dell’Internazionale e poi al IV Congresso dell’I.C. Gramsci in quel tempo ha imparato la lingua russa e quelle letture, i colloqui, le esperienze del periodo sovietico diventeranno successivamente ricordi preziosi ai quali attingere quando, in carcere (lui viene arrestato l’8 novembre 1926), non potendo disporre delle opere di Lenin che non gli furono mai consentite, a differenza degli scritti di Marx e di Engels, si troverà costretto, nei suoi quaderni, a fare citazioni affidandosi solo alla memoria, la memoria di quel soggiorno nel paese della rivoluzione.

Fu anche quello in Russia il periodo immediatamente successivo al 10° Congresso del P.C. Russo (b), dove si varò la NEP (la Nuova Politica Economica) e si chiuse l’acceso dibattito sui sindacati. È ancora di quel tempo che Gramsci apprende i termini reali dello scontro frontale che vide Lenin contrapporsi non solo a Trotskj ma anche a Bucharin e alla corrente degli anarco sindacalisti. Fino ad allora i nomi di Lenin e di Trotskj venivano sempre accostati come i principali protagonisti, i giganti della Rivoluzione. È da allora che vengono scissi, perché tra i giganti sono emerse divergenze profonde non componibili (e che talvolta troviamo riprodotte spesso caricaturalmente tra i nani del presente). Per Lenin la politica altro non è che l’”espressione concentrata dell’economia”.

Ne discende, secondo la lettura che successivamente dà Togliatti in quell’intervento già richiamato (“il leninismo nel pensiero e nell’azione di A. Gramsci”) che “la classe operaia non può rimanere al potere se non … sulla base di un giusto rapporto con gli altri gruppi della società”. La differenza è per davvero profonda perché Trotskj, all’opposto, trascurando ogni relazione con le classi non proletarie mette in discussione la natura stessa della costruzione socialista.

Anche per Gramsci la differenza appare fondamentale e così si trova a collegarla alle sue riflessioni sviluppate, già nelle sperimentazioni del movimento consiliare torinese, essenzialmente su un punto: quello delle alleanze di classe, tema che poi riprenderà nel 1926 con il famoso saggio sulla “Quistione Meridionale”. Così Gramsci conosce Lenin. E Lenin è colpito dall’elaborazione di Gramsci quando considera l’articolo “Per un rinnovamento del Partito Socialista”, apparso sull’Ordine Nuovo dell’8 maggio 1920, come un attacco, dal punto di vista della rivoluzione mondiale, al provincialismo di un PSI che ignora la linea e lo spirito dell’Internazionale (Lenin, sul movimento operaio italiano, ED. Riuniti 1962).

Gramsci è così visto come l’uomo dell’Internazionale Comunista, capace di connettere la strategia del proletariato italiano con le colonne portanti del leninismo: il concetto di “alleanza di classe”, quello di “fasi intermedie” e, nella pratica, con la formula di governo operaio e contadino. Solo che in Russia la rivoluzione ha preso il potere ma non si estende in Europa e, in Italia, il fascismo soffocherà il movimento operaio. Se torniamo al 1917 e alla Rivoluzione Russa vediamo il giovane Gramsci impegnato nello sforzo innovatore di tradurre nello scenario italiano: … “l’essenza stessa della strategia (e del Marxismo) di Lenin: l’alleanza tra operai e contadini poveri come premessa e come base dell’instaurazione del nuovo potere; il fronte unico come espressione organica delle forze motrici della Rivoluzione” (così Paolo Spriano nell’introduzione a “Gramsci, scritti politici” Editori Riuniti, 1973).

Questa, delle alleanze sociali, è la grande lezione che arriva fino ai giorni nostri, dove gli operai sono diventati digitali e non ci sono più le masse contadine che occuparono le terre. Ma ora come allora tutte le battaglie politiche dovrebbero essere comunque ricondotte alle loro “dimensioni sociali” con i nuovi lavoratori del terzo millennio.

Quando questo non avviene, e oggi non avviene, e quando i diritti civili vengono anteposti se non scambiati con i diritti sociali –“ti dò il registro delle coppie di fatto se tu mi dai il contratto di lavoro collettivo- il grande popolo del lavoro si divide ancora di più e si allontana da una politica in cui i partiti abbandonano la società. E questo popolo di giovani senza lavoro, precari, lavoratori senza tutele, ricercatori abbandonati a sè stessi, pensionati ai quali si sottrae il presente, immigrati, può essere indotto a guardare a movimenti pericolosi. Già succede nelle banlieu francesi, è successo con il voto operaio a Trump. Succede perché la politica appare loro solo come contenzioso di gruppi che si contendono gli scranni di Camera, Senato, Consigli di Amministrazione.

Gramsci seguiva con fastidio le evoluzioni e le piroette dei mandarini della politica del suo tempo, il cretinismo parlamentare. Le sue idee devono tornare a essere il nostro patrimonio.

di Bruno Casati

Questo articolo è stato pubblicato qui

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