
Leggo il
post di Vittorio Zambardino sul
Federico Pignalberi. Ha colpito anche me il fatto che questo “ragazzo” riesca a scrivere di una cosa come il
processo Dell’Ultri. E non per l’articolo in sé, ma per l’età: io a diciassette anni stavo in casa a leggere nella migliore delle ipotesi.
Fa piacere anche, come nota (e qui si sappia che sto citando uno status Facebook, è permesso?) Francesco Raiola, redattore capo di AgoraVox, che un giornalista del “mainstream” (mi si passi il termine) decida di parlare di una cosa del genere soprattutto per far notare come in Italia il giornalismo sia fatto da una casta. Quando dice che che le persone che lavoranoalla redazione di AgoraVox Italia a casa loro sarebbe considerate “carne da cannone” ha ragione.
Quello che mi interessa iniziare, e già da un po’, è un dibattito sul giornalismo partecipativo in Italia. E parto da una considerazione di Zambardino stesso, ma solo perché mi ha dato l’occasione di tornare su cose alle quali penso da un po’. Dice Zambardino: «Non si tratta di dare un lavoro a Pignalberi, se l’è trovato da solo, anche se temo che AgoraVox non lo paghi e che le telefonate a Palermo le copra la paghetta. L’assunzione prima o poi verrà, ma non so se augurargliela».
No, AgoraVox non paga Federico Pignalberi. Perché questo è il giornalismo partecipativo. Non ci sono né scuse, né ipocrisie: AgoraVox è un network partecipativo, questo dice e questo fa. Sul fatto che l’assunzione venga prima o poi, non sono affatto sicura.
Le considerazioni che vorrei fare sono due.
Primo: sento spesso lodare il giornalismo partecipativo come voce libera, indipendente, fuori dal “mainstream” (me lo si passi di nuovo). Ma chi lo loda sa che IN ITALIA chi fa partecipativo spesso lo fa perché non ha alternativa? Ho lavorato un paio d’anni nel partecipativo, in redazione, a parlare con scrittori e giornalisti che mi proponevano pezzi, a editarli e pubblicarli. A volte si trattava, Raiola e Piccinini concorderanno con me, di cose difficilmente pubblicabili, se non dopo un lungo editing. Che spesso non bastava. È anche il caso di AgoraVox.
Spesso, molto spesso nel mio caso, mi trovavo a correggere due virgole e un titolo a gente preparata, professionale, precisa. Della mia età o più giovani. Che non trovavano un lavoro né – non sia mai – riuscivano a vendere un pezzo. E che scrivevano per me perché non avevano alternativa. Non si tratta, in questo caso, di partecipativo, ma del suo contrario. E non che la colpa fosse mia o di AgoraVox: per loro non c’era mercato.
Questo mi porta alla seconda considerazione. In Italia si fa partecipativo da prima che il concetto di “citizen journalism” facesse il suo ingresso nel panorama mediatico. Le redazioni non pagano i contributi esterni o se lo fanno le cifre sono ridicole. Ho proposto ad un amico nella stampa regionale articoli (in freelance) e la sua risposta è stata: «Negativo, non so altrove, ma qua da noi ti ridono in faccia se glielo proponi». Aggiungendo che comunque, hanno bisogno di collaborazioni in redazione, ma che gli articoli li pagano due euro. Due euro. Questo è sfruttamento o partecipativo? È sfruttamento ovviamente. È mancanza di rispetto. È talmente avvilente che si preferisce andare da qualcuno che già dice che non ti paga e che magari ti risponde gentilmente alle mail. Perché nelle redazioni italiane quasi nessuno risponde alle mail.