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Popolo di navigatori? La liquidazione dei porti italiani

La portualità italiana, già in crisi da quasi un decennio dopo le più radicali e ideologicamente estremistiche privatizzazioni attuate nel nostro Paese, sta attraversando oggi una nuova fase: la liquidazione. E il banco di prova è Trieste.

C’erano una volta i "camalli". L’élite della classe operaia. Oggi ci sono solo migliaia di lavoratori, praticamente a cottimo, che si stanno trovando ad affrontare la propria liquidazione. C’erano una volta le Compagnie portuali, organizzazioni di mutuo soccorso dei docker, che governavano con orgoglio e competenza il carico e lo scarico delle merci che arrivavano nei nostri porti. Prima sono state decimate dalle privatizzazioni, ora sono messe all’asta (sangue e carne e braccia comprese) al migliore offerente.

Mentre tutti i porti europei del Mediterraneo crescono grazie anche al boom di esportazioni e importazioni della Cina, l’Italia depotenzia, frammenta, lottizza, non governa. In alcuni casi si è arrivati al paradosso in cui a Trieste, alcuni anni fa, a governare i moli come presidente dell’Autorità portuale è stato messo, grazie ala solita italica logica della spartizione partitica, un PATOLOGO. Doveva fare l’autopsia al porto (il secondo d’Italia e il più strategico per i traffici verso l’Europa centrale e settentrionale)?

Su queste vicende ho realizzato ben due documentari: uno sul porto di Genova (De Ma - Trasformazione e declino) e uno sul porto di Trieste (Sulla stessa barca).
Nel giro di pochi mesi, la situazione sta degenerando.

Ho ricevuto un articolo da reteport@libero.it che uscirà su left-avvenimenti venerdì che qui ripropongo.

"Per costruirsi un’opinione sull’impatto dei grandi gruppi dello shipping internazionale sui porti italiani è sufficiente pescare una notizia e cercare di ricostruire il profilo dei protagonisti e dei soggetti coinvolti. Uno dei nodi che l’Autorità Portuale di Genova deve sbrogliare per concludere l’assegnazione del sesto modulo del terminal container di Voltri (Genova) a Psa – Cosco – Fs è rappresentata dallo scambio azionario tra Sech e Vte (gruppo Psa) che a detta di alcuni armatori sarebbe una palese violazione delle leggi sulla concorrenza. A protestare con una lettera al Ministero dei Trasporti sono stati Pierluigi Maneschi per conto di Evergreen ( 4° gruppo armatoriale mondiale) e Gianluigi Aponte, secondo armatore al mondo alla guida del colosso italo-elvetico Mediterranean Shipping Company (MSC).

In una intervista del 19 dicembre 2008 a proposito dello scontro con il presidente dell’Autorità portuale di Genova Aponte ha dichiarato: “Ho controfirmato la lettera di protesta contro lo scambio azionario tra Vte e Sech perché non mi pare giusto né logico che il proprietario di Calata Sanità, cioè del terminal Sech, sia contemporaneamente azionista del terminal Vte di Voltri e del terminal Calata Bettolo. Si configura una sorta di monopolio totale che andrebbe a danno dei consumatori. Devo dire che questa mi pare un’operazione molto politica… Negri salvatore della patria a Voltri, nel senso che garantirà migliore organizzazione? Ma figuriamoci se Psa non sa più fare il suo mestiere” La curiosità della protesta sta nel fatto che con la Msc Gianluigi Aponte e socio di Negri e del Sech nel Consorzio Bettolo.

Ciò che in Liguria è una colpa in Friuli Venezia Giulia diventa una virtù ? “Oltre ad essere presidente di To Delta, Pierluigi Maneschi è anche presidente di Italia marittima, l’ex Lloyd Triestino, oltre che agente generale di Evergreen per l’Italia. Un ruolo di forza anche se a Taranto ad esempio la proprietà Evergreen del Terminal ha sostanzialmente allontanato le altre compagnie. Maneschi in questa sua doppia veste oltre che quello del raddoppio del Molo Settimo ha anche commissionato i progetti per i primi tre dei cinque magazzini del Porto vecchio che Evergreen ha ottenuto in concessione per novant’anni. «Sono quelli - ha spiegato ieri - in cui collocheremo rispettivamente la sede di Italia Marittima e di Evergreen per il Sud Europa, un centro commerciale e un parcheggio.” ( testo scaricato direttamente dal sito della To Delta ) Le mosse più recenti di Maneschi su Trieste: la società To Delta che gestisce il Molo Settimo e con la sigla Tmt anche l’interporto di Cervignano ha comprato la Compagnia portuale di Monfalcone e quote della Cooperativa Primavera di Trieste. Di fronte ad un intervento a 360° che investe le navi, il terminal, i container, gli stessi portuali e il trasporto non può che generare inquietudine la filosofia con cui operatori di questo calibro definiscono il ruolo del pubblico e dello Stato ad esempio in una intervista al Messaggero Marittimo del 14 giugno 2006 : “Facendo, poi l’esempio della Spagna, dove si è puntato su tre grandi porti, ha sottolineato l’importanza degli investimenti mirati «che - ha spiegato Maneschi - devono essere compiuti dai privati mentre, in Italia, se si eccettuano i fenomeni di Trieste e di Taranto, spesso accade che i finanziamenti statali vengano dispersi in inconcludenti erogazioni a pioggia.”
reteporti@libero.it"

Subito dopo che avevamo chiuso il numero di left in tipografia è arrivata la seconda notizia. La storica Compagnia Portuale di Trieste era stata messa in vendita. Riporto qui il comunicato stampa di Rifondazione sulla vicenda.


"Storicamente nei porti le Compagnie sono state l’organizzazione di autotutela dei lavoratori portuali. Le Compagnie sono state anche oggetto di molteplici attacchi e ridimensionamenti negli ultimi vent’anni, basti ricordare l’obbligo per legge a trasformarsi in imprese, sorte che poi ha riguardato tutte le cooperative. L’applicazione delle leggi e dei decreti sono state rigorose nelle parti che contrastavano la sopravvivenza stessa delle Compagnie e invece blande per le parti che riguardavano i diritti e le tutele dei lavoratori. A Trieste la determinazione dell’attuale Autorità Portuale nella applicazione della legge 84/94 e le rivendicazioni dei lavoratori hanno conseguito lo scorso anno l’istituzione dell’articolo 17 (pool di manodopera).

Le scelte dei terminalisti e degli operatori portuali impegnati nella rincorsa al ribasso dei costi del lavoro (anche se a Trieste le tariffe sono già troppo basse per permettere il rispetto del Contratto Nazionale di Lavoro), la mancanza di navi, le contrapposizioni esistenti tra gli stessi lavoratori (che solo sul tema della sicurezza del lavoro hanno trovato unità d’azione) hanno determinato la lenta agonia del soggetto che ha vinto la gara per gestire l’art.17.

Oggi la messa in liquidazione della Compagnia, ieri la crisi di altre cooperative-imprese che operavano in porto, e domani?

Va recuperata quindi la sostanza di quello che le Compagnie hanno rappresentato nella vita dei porti italiani. Oggi la difesa dell’art.17 è l’obbiettivo comune di tutti i lavoratori portuali. In questo periodo di vacche magre e di previsioni negative sui traffici sarebbe bene tutelare quanti più lavoratori possibile attraverso il ripristino del numero iniziale di portuali nell’art. 17. Numero che, più volte e da vari soggetti ribadito, poteva solo aumentare. Consapevoli che dovranno essere messi in opera strumenti di garanzia del salario anche per i portuali, come viene e dovrà essere fatto per gli altri settori, sarebbe colpevole ignorare gli strumenti già esistenti. Quindi sarebbe bene, vista la crisi delle imprese – cooperative, inserire una parte di quei lavoratori ( in base all’anzianità di lavoro in porto ) nell’art.17.
Per evitare la totale deregolamentazione del lavoro nel porto, senza dover accettare ribassi delle tariffe e carichi di lavoro aggiuntivi, per evitare passi indietro nella sicurezza del lavoro si tratta di rilanciare un soggetto in grado di garantire la piena operatività dell’art. 17.

Il problema diventa quindi politico e non amministrativo. La soluzione del problema non può essere affidata alla ricerca di nuovi soci sovventori (il terminalista del molo VII ha comprato la Compagnia di Monfalcone creando nuove contraddizioni che nel tempo si riveleranno).

Se esiste la volontà politica di applicare le leggi e di garantire l’operatività dell’art. 17 si può ipotizzare un intervento della società Friulia, similmente a quanto è stato fatto per Consorzio di imprese che si appresta a gestire lo Scalo Legnami.

Igor Kocijancic
Consigliere regionale e segretario provinciale del PRC

Paolo Hlacia
Resp. Lavoro federazione Trieste del PRC

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