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Pizzarotti, Nogarin… tutto come previsto

Il 22 ottobre scorso pubblicai un articolo su questo blog, avvertendo sul fatto che ci sarebbe stata una ondata di scandali contro il M5s in vista delle elezioni, poi tornai a ribadire il concetto nell’articolo del 4 novembre. Mi pare che ci siamo: in vista delle elezioni amministrative arriva puntuale la raffica di avvisi di garanzia.

Il che non vuol dire che ci sia necessariamente una qualche volontà politica dei magistrati (è possibile, ma non ci sono elementi concreti per dirlo, al di là della coincidenza temporale) ma, più semplicemente, che qualcuno ha innescato una bomba ad orologeria: per esempio, a Parma la cosa parte dall’esposto di un dirigente del Pd. Poi il magistrato ha il dovere di dare seguito all’azione penale, per cui l’iscrizione degli indagati è un atto dovuto che non ha alcun particolare valore indiziante. Ma tanto è bastato al Pd per imbastire la commedia del “siamo tutti uguali” e fare sfoggio di garantismo. Dunque, tutto come previsto.

Ciò non di meno, la cosa si presta ad una riflessione più generale sul tema e qualcosa ho potuto dirne nella trasmissione di Agorà di giovedì. Ora cerco di approfondire la questione nella speranza che, soprattutto il M5s ci pensi un po’ su e che sia una occasione di crescita politica.

Intanto partiamo da una cosa: ma da cosa parte il cosiddetto “giustizialismo” del M5s?Ovviamente, né Luigi Dimaio né Beppe Grillo ignorano la presunzione di innocenza o vogliono metterla in discussione. Il punto è un altro: la giustizia penale è di una lentezza inaccettabile, tanto più in casi come questi. Insomma, per avere una sentenza definitiva passata in giudicato (se nel frattempo non interviene un patteggiamento o una prescrizione) passano mediamente 7-8 anni, poi, in processi delicati come questi, dove gli accusati possono permettersi fior di avvocati che attaccano uno scatenato ostruzionismo (ricordate il giusto impedimento di Berlusconi, poi spalmato su tutti gli altri?) si arriva anche a 10-12 anni. Nel frattempo, la legislatura (o il mandato amministrativo) è finito e ce ne è stato anche un altro ed il personaggio è rimasto al posto suo e magari fatto anche carriera. Di fronte a questa presa in giro la gente si ribella e va per le spicce: hai un avviso di garanzia? Dimettiti, sparisci, liofilizzati! Reazione comprensibilissima, ma che non risolve il problema, anzi rischia di aggravarlo.

La soluzione non può essere l’allungamento della prescrizione che peggiora tutto, alimentando ulteriormente le richieste di rinvio eccetera. Comunque, un uomo pubblico non è un cittadino come gli altri, per cui gode (nel caso dei parlamentari) di speciali tutele, ma ha anche obblighi maggiori: della moglie di Cesare non deve esserci neppure il sospetto.

Insomma, se un sindaco o un parlamentare è accusato di un reato gravissimo, i cittadini hanno motivo di diffidare di lui e, quindi, dell’istituzione che gli è affidata e, se è colpevole, noi abbiamo consentito ad un criminale di gestire una funzione pubblica per anni, se è innocente, peggio, perché un innocente non può essere tenuto “sotto schiaffo” per anni senza vedere riconosciuta la sua innocenza e restituito il suo onore.

Direi che le cose vadano impostate, evitando tanto i “crucifige!” quanto i garantismi pelosi che nascondono solo l’omertà di partito e di casta. Sarebbe bene raggiungere una intesa anche sul piano legislativo, che stabilisca una gradazione di interventi e migliori la resa del processo penale.

In primo luogo impariamo a distinguere fra i reati: un abuso d’ufficio, o un comportamento che può essere derubricato come illecito amministrativo, o un reato politico come la partecipazione ad una manifestazione non autorizzata o un vilipendio del Capo dello Stato sono una cosa, ma la concussione, la corruzione o peggio, la connivenza con la grande criminalità sono cosa ben diversa. Qui il M5s paga il prezzo dei suoi eccessi ultra legalitari, per i quali si grida alle dimissioni anche per qualsiasi cosa. Ad applicare questo codice giansenista, oltre la metà di parlamentari del M5s non sarebbero neppure ricandidabili, perché chi per aver detto una frase su Napolitano, chi per aver partecipato ad una manifestazione della No Tav, hanno tutti qualche denuncia a carico. Allora, visto che è impensabile che il movimento decapiti il suo gruppo parlamentare per una norma così stupida (e quante volte l’ho detto a Roberto Casaleggio!), facciamo una discussione più complessiva e decidiamo di stabilire che ci sono reati gravi, su cui conviene concentrare l’attenzione, e reati di medio o scarso rilievo su cui si possono seguire le procedure ordinarie senza chiedere dimissioni.

In fondo, va bene che della moglie di Cesare non deve esserci nemmeno il sospetto ma non è l’Immacolata Concezione quella che stiamo cercando. Dunque, piantiamola di invocare dimissioni per qualsiasi cosa e riserviamo questa richiesta per le cose che lo meritano.

In secondo luogo, è il caso che ci si metta in testa che un avviso di garanzia non è una sentenza di colpevolezza. E’, appunto, una garanzia per l’accusato che sa di essere oggetto di indagini, non è la garanzia del pubblico sputtanamento. Anche perché, ovviamente, alla fase di avvio si sa poco e nulla sugli elementi che hanno spinto la procura ad attivare il procedimento penale. Certo, nel caso di un uomo che rivesta cariche pubbliche, non possiamo aspettare la sentenza definitiva passata in giudicato, per le considerazioni di cui sopra. Direi che sarebbe bene aspettare almeno il rinvio a giudizio, quando, già con la richiesta, l’accusa avrà messo sul tavolo le carte di cui dispone e si può ragionare su qualcosa di più preciso. Nel momento in cui il Giudice per l’Udienza Preliminare avrà deciso il rinvio a giudizio si potrebbe stabilire (magari istituendo una speciale commissione, magari di nomina parlamentare) se ci sono gli estremi per sospendere l’inquisito dalla sua carica. Badate: dico sospendere non far decadere, perché, caso mai il giudizio di primo grado si concludesse con la sua assoluzione, egli dovrebbe poter tornare al suo posto, mentre con le dimissioni lo escluderebbero definitivamente dal consiglio dell’ente locale. Più cautela, ovviamente, dovrebbe esserci per il Parlamentare, nel qual caso non è possibile la sospensione e nemmeno basterebbe la sentenza di primo grado, perché ci sarebbero seri problemi di natura costituzionale. E ci sarebbero problemi anche a stabilire l’incandidabilità dei condannati di primo grado, se non attraverso una revisione costituzionale, che però mi lascia molto perplesso, in tempi di revisionismo costituzionale da osteria come quelli che corrono. Insomma: stiamo facendo una battaglia in difesa della Costituzione, poi non possiamo ricordarci della Costituzione solo quando ci piace e quindi, il rispetto che le dobbiamo impone certe cautele.

Però, dopo una sentenza di primo grado (e a maggior ragione di secondo) la commissione di nomina parlamentare potrebbe votare una “raccomandazione” al partito di appartenenza di valutare attentamente se ricandidare il condannato. Una sanzione morale che, però, metterebbe il partito in serio imbarazzo: se un partito ignorasse la raccomandazione e magari in più di un caso, finirebbe per dare agli avversari un notevole argomento propagandistico. Come si vede, una certa gradualità che ponga già da ora dei limiti, senza per questo cadere nel più scatenato “giustizialismo” da processo sommario.

Ma soprattutto, il problema è quello di snellire i processi ed arrivare ad una sentenza definitiva entro due o tre anni, che non sono un termine lunare, impossibile da raggiungere. Vorrei ricordare che quello di due anni è il delai raisonnable di cui dicono i trattati internazionali, ma qui ci siamo abituati a tempi geologici per cui non se ne ricorda più nessuno. Come arrivare ad un risultato avveniristico del genere?

In primo luogo –e non solo per questi casi ma in generale- sarebbe il caso di mettere mano al codice di procedura penale: il diritto della difesa è sacro, ma questo non significa che si debba sottostare a tutte le tattiche dilatorie possibili. Per esempio il cd “legittimo impedimento” va tolto di mezzo: essere presente in tribunale quando si discute il suo caso è un diritto ed interesse dell’imputato, ma se non se ne vuole avvalere, fatti suoi, si proceda ugualmente, tanto è presente per il tramite dei suoi difensori. E se l’imputato è convocato per deporre deve andarci e basta. Altrettanto bisogna che i periti depositino i loro elaborati in tempi precisi o paghino penali da togliergli la pelle. Così si limitino molto severamente i rinvii e, nel caso di processi a uomini politici, siano fissati al massimo a 15 giorni, la richiesta di rinvio sia presentata almeno un mese prima dell’udienza in modo da impegnare quella seduta con altra causa e rendere libera una giornata. Ed i magistrati, dopo la fine del dibattimento, non si tengano la causa per due anni prima di depositare la sentenza. Ci siamo limiti tassativi oltre i quali scatta l’azione disciplinare verso il magistrato.

Come si vede, la revisione della procedura penale è la prima cosa da fare, possibilmente imbavagliando prima magistrati ed avvocati, che altrimenti farebbero impantanare tutto con le loro pretese corporative.

Poi credo che occorra pensare a norme speciali e qui le strade sono due: la prima è quella di una giurisdizione speciale che, però, richiederebbe un intervento costituzionale e che presenta dei problemi seri (la cosa puzza un po’ di Tribunale Speciale e, insomma…), oppure prevedendo una sorta di corsia preferenziale, per cui i processi agli uomini delle istituzioni hanno precedenza su tutti gli altri. Una cosa intermedia potrebbe essere l’istituzione di una Procura Nazionale speciale come è nel caso della Pna. Mi rendo conto che si tratta di misure in qualche modo lesive (o almeno limitative) del principio di uguaglianza davanti alla legge, però, è la stessa ragione per cui concediamo l’immunità ai parlamentari e, d’altra parte, siamo di fronte ad una emergenza che richiede provvedimenti straordinari esattamente come per la Mafia (qui la corruzione ha raggiunto livelli non solo mai toccati prima ma neppure pensati prima). Quindi, lasciare intatta l’ossatura garantista della Costituzione, ma con provvedimenti molto duri che abbiano una reale efficacia.

Soprattutto ricordiamoci due cose:
1.  l’onestà non è e non può essere un programma politico e tantomeno un programma di parte: è un dovere per tutti
2.  l’intervento penale è necessario ma rappresenta già una sconfitta della legalità, perché il reato è già stato consumato. Lo strumento principale deve essere la prevenzione. Consola poco che il ladro sia punito, il problema è che bisogna fermarlo prima che rubi. Ma di questo riparleremo.

Aldo Giannuli

Questo articolo è stato pubblicato qui

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