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Petrolio ai minimi: gli scisti e l’assurdità della scelta nucleare

Qualche anno fa, durante una delle nostre purtroppo rare rimpatriate, un caro amico che la sua bravura ed i casi della vita hanno fatto diventare un dirigente della compagnia petrolifera sudafricana, mi spiegò che le previsioni degli economisti che immaginavano una salita senza fine del prezzo del petrolio fossero delle solenni baggianate. La società per cui lavorava, durante gli anni dell'apartheid, in cui il Sudafrica era sottoposto ad embargo, aveva aggiornato le tecnologie per la produzione di benzina sintetica che i tedeschi avevano sviluppato durante la Seconda Guerra Mondiale ed era in grado di ricavare carburante dagli scisti bituminosi. Il procedimento era assai costoso, ma diventava competitivo se il prezzo del petrolio superava i 120 dollari al barile. Oltre quel limite, concluse il mio amico, il prezzo del greggio sarebbe potuto rimanere solo mesi, o al massimo pochi anni; il tempo necessario alla costruzione degli impianti necessari a raffinare il catrame.

Questo è, in buona sostanza, quel che è accaduto in questi anni. Non solo; le tecnologie nel frattempo sono tanto migliorate che è diventato conveniente ricavare carburante dagli scisti già a partire da un prezzo del petrolio che di 70 - 80 dollari al barile: una forchetta che ha al centro, guarda caso, proprio la quotazione che il barile ha raggiunto in questi giorni. Inutile dire che le conseguenze di tutto questo sono rivoluzionarie e innanzitutto sotto il profilo geo-politico. Gli scisti sono infatti assai più abbondanti del petrolio e le loro riserve sono concentrate in Canada, negli Usa e in Cina; in paesi lontanissimi da quelli dell'Opec che, nel mondo di domani, conteranno sicuramente meno. Un domani per nulla distante.

La notizia più importante del 2014, nascosta nelle pagine interne dei giornali, come sempre accade a quelle che contano davvero, è che Obama ha firmato un decreto che torna a consentire l'esportazione di idrocarburi dagli Stati Uniti. Per l'amministrazione statunitense, dunque, le riserve nazionali di petrolio hanno già perso almeno parte del loro valore strategico. È per questo che il prezzo del greggio è sceso? No, o solo in parte. La quotazione del barile è ai minimi, da quattro anni a questa parte, innanzitutto perché la congiuntura economica non ha fatto aumentare la domanda come si prevedeva. Nel breve o medio periodo, se l'economia mondiale tornerà a crescere, è pertanto facile immaginare che lo farà anche il prezzo del greggio. Nel lungo periodo, però proprio per quanto ci siamo detti, la quotazione del barile, se non altro in termini reali, non potrà tornare a superare di molto gli 80 dollari il barile e, se le tecnologie di raffinazione a partire dagli scisti dovessero diventare ancora più redditizie, potrebbe addirittura scendere di molto sotto quella cifra.

Sarà l'inizio di un futuro di pace e prosperità? Inutile sperarlo. Semplicemente i conflitti avverranno per ragioni diverse dal controllo dei campi petroliferi. Inutile, anzi, strologare troppo. Come ci hanno dimostrato gli esperti di questioni energetiche, quelli che ancora pochi anni or sono volevano che riempissimo l'Italia di centrali nucleari per prepararci ad un avvenire senza petrolio, solo di una cosa possiamo essere certi, riguardo al domani: che non sarà come ce lo aspettiamo.

 

Foto: Mark Rain/Flickr

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