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Per l’abolizione delle conferenze stampa alla mostra del cinema di Venezia

“Negli ultimi anni è diventato sempre più raro leggere la recensione di un romanzo o di un racconto, di una rappresentazione teatrale e persino di un film, che si riferisca esplicitamente alle questioni morali sollevate dall’opera d’arte (…). Rarissimi sono poi coloro che hanno l’audacia di amalgamare la valutazione estetica di un’opera a un giudizio d’ordine morale” scriveva Abraham Yehoshua nella introduzione al suo volume di saggi Il potere terribile di una piccola colpa, dedicato all’analisi dei rapporti tra etica e letteratura
 
Da quel libro, che è del 2000, ne è passata di acqua sotto ai ponti. Negli ultimi anni – così si potrebbe ribaltare la frase dello scrittore israeliano - è diventato sempre più frequente parlare di un film, o di una rappresentazione teatrale, o di un romanzo, riferendosi esplicitamente alle questioni morali che solleva, amalgamando la valutazione estetica dell’opera a un giudizio di ordine morale. E, aggiungo, sparandola grossa per vedere l’effetto che fa. È un meccanismo mediatico molto noto, ma sempre efficace, e Michele Placido se n’è fatto ormai intenso interprete. Funziona così: si sceglie un personaggio o un tema controverso o delicato, ci si fa un film (o un libro, o un’opera teatrale) attorno, ci si siede davanti ai giornalisti prima dell’uscita dell’opera e si dicono tre o quattro frasi forti che fanno rumore sui giornali. Si innesca così una trasformazione ingovernabile: dell’opera, della sua resa estetica, della sua qualità, del suo valore non si parla – e come si potrebbe? nessuno l’ha ancora vista o letta, né i giornalisti né il pubblico- ma si crea irresistibilmente un lancio d’agenzia, che crea la notizia, che fa nascere la polemica, che fa parlare del film prima che sia distribuito, che guadagna paginate di pubblicità gratuita sui giornali, articoli, interviste, commenti, analisi, lettere. Poi il film esce nelle sale, il pubblico corre a vederlo, il regista e il produttore sono contenti, i critici cinematografici stroncano o lodano a seconda del valore estetico dell’opera, e morta lì. “Vallanzasca l’angelo del male”, ’’Se ne sono dette di tutti i colori in questi giorni su Vallanzasca, come fosse, dal Dopoguerra ad oggi, il pericolo numero uno di questo Paese”, “In parlamento c’è di peggio”, “Un criminale, sì, che non si è mai arricchito, con un’etica e una responsabilità che ha attraversato una via crucis”. Basta sfogliare qualche pagina di Google, e lo schema si ripete pari pari con “Il grande sogno”, il film sul ’68, con la dichiarazione: “Provo un grande rispetto per Renato Curcio perché ha bruciato la sua vita”.
 
Le conferenze stampa della mostra di Venezia sono la prosecuzione degli uffici stampa con altri mezzi. Aboliamole. Lasciamo che parli solo e soltanto l’opera, rivendichiamone l’assoluta autonomia estetica e artistica, mettiamo al bando le opinioni dell’autore: il regista parla per mezzo dell’inquadratura, è solo e soltanto da quella che dobbiamo giudicare il valore dell’opera, la sua bellezza o la sua bruttezza, il suo valore o il suo fallimento.

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