Dopo dieci anni, l'America riesce nel suo intento di eliminare quello che è ritenuto il capo fondatore del terrorismo islamico moderno. L'occidente festeggia la morte di Osama Bin Laden, il massimo esponente del terrorismo mondiale e non solo quello islamico. Osama, il nemico numero uno. Osama, l'uomo da abbattere. Non da arrestare e processare.
Sui quotidiani e sui blog si discute sulla giustezza dell'azione americana, sul fatto che un paese democratico decida di condannare a morte, senza processo, un uomo per le sue azioni criminali. Si discute sulla possibilità di un falso, sul perché Osama non sia stato catturato prima visto che viveva a qualche centinaia di metri da una base pachistana. Si discute sulla sua sepoltura in mare e non in un paese islamico o, magari, in America. Si discute della moralità di una esecuzione senza processo. Sulla mancanza di rispetto del diritto internazionale.
In tutto questo discutere, si sta tralasciando quello che potrebbe diventare un problema molto grosso e che potrebbe, nel prossimo futuro, dar luogo ad attacchi indiscriminati da parte di quei gruppi che fanno riferimento, e nati proprio sula scorta del simbolo di Bin Laden e della sua organizzazione, ad Al Qaeda. È vero che la Cia ha alzato il livello di guardia in previsione proprio di possibili attacchi all'occidente portati per vendetta per la morte del capo carismatico.
Ma il problema è molto più ampio e pericoloso della semplice vendetta. Include la nascita di un mito.
Il mito di una persona che, se fino ad ieri era un eroe, domani potrebbe diventare il mito che racchiude in se le aspettative di una società utopica basata sulla teocrazia.
Non c'è nulla di più pericoloso di un terrorista che da simbolo diventa mito.
Già in passato abbiamo visto nascere miti negativi che oggi stanno producendo i loro frutti. Basti pensare a Hitler e Mussolini che, in Europa, dopo 65 anni, invece di essere dimenticati per le loro azioni criminali, stanno sempre più aumentando i loro seguaci. Questo perché non si è potuto, o voluto, processarli - processo che avrebbe reso pubblico non solo il loro operato e le convivenze degli altri stati ma anche i presupposti su cui si basavano le loro idee. Il popolo avrebbe saputo che i crimini commessi erano la base delle loro idee, che i bei discorsi sulla patria e il bene del popolo erano solo fumo negli occhi per mascherare i veri intenti.
Certo, si può obiettare che, comunque, si è saputo dopo ma a nulla è servito. Questo, secondo i socio/politologi di ogni specie, basterebbe a giustificare il ritorno costante delle loro idee, ma non è vero! Perché un conto è avere le informazioni sui fatti da chi li ha provocati, altro conto è saperle dai vincitori senza nessun contradditorio. Vincitori che, per ragioni di potere, travisano la realtà in base ai loro bisogni. È per questo che oggi ci troviamo a far fronte a personaggi che negano i fatti stessi. Lo possono fare proprio basandosi sul fatto che la storia è stata scritta dai vincitori.