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 Home page > Tribuna Libera > Obama, la Storia e tutto quel che ci neghiamo

Obama, la Storia e tutto quel che ci neghiamo

“Assisti alla Storia in diretta” diceva, grossomodo, uno degli spot con cui la CNN invitava stanotte a seguire il proprio speciale sulle elezioni presidenziali americane. La visione che la maggioranza degli americani ha di sé e del proprio paese è tutta lì, condensata nell’uso di quel termine con la maiuscola. La Storia, per loro, passa dalla Casa Bianca e, ne consegue, votando per il proprio presidente contribuiscono a farla.

Nulla di più diverso dal modo in cui tanti di noi vedono le cose italiane; a dispetto dell’affluenza alle urne, finora decisamente più alta di quella statunitense, ben pochi pensano che il proprio voto possa in qualche modo contribuire ad un cambiamento e v’è in tanti la convinzione che se la Storia si ferma ancora a Roma, lo fa alloggiando in Vaticano e non al Quirinale o, a maggior ragione, a palazzo Chigi.

Non eleggiamo direttamente né il Presidente della Repubblica né quello del Consiglio dirà qualcuno. Non siamo una super-potenza né siamo ingenui quanto gli americani, diranno altri. Tutto vero, e se le cose stessero solo così non vi sarebbe nulla di male; daremmo una dimostrazione di maturità essendo coscienti sia dei limiti costituzionali del nostro voto che della relativa importanza dell’Italia.

È quando allarghiamo il confronto ad altri paesi europei, di dimensioni simili alle nostre, che emerge appieno la nostra anomalia. Anche i francesi sono convintissimi che il loro presidente entri dritto nella storia e lo stesso pensano gli inglesi del proprio premier (e certo ancor di più del proprio sovrano). Anche i tedeschi, che pure non lo eleggono direttamente, pensano che la storia attenda il loro cancelliere. Noi ci limitiamo a sperare che il nostro presidente del consiglio non sia atteso dalla cronaca giudiziaria.

Questo nostro cinismo non è affatto un sano realismo ed è stato causa, e non conseguenza, tanto della breve durata dei governi della prima repubblica che degli scandali della nostra politica: se il nostro governo non conta, può benissimo cambiare ogni pochi mesi; se la politica è solo commedia, perlomeno che garantisca un posto di lavoro a mio zio e una prebenda a mio cugino e al diavolo le conseguenze.

Le date fondamentali per capire la nostra storia restano sempre le stesse tre e sono ormai lontane: il 28 ottobre 1922, giorno della marcia su Roma quando la democrazia fu messa in un angolo come un ferrovecchio; il 25 luglio del 1943, quando il fascismo si rivelò per la tragica buffonata che era, e, soprattutto, l’ otto settembre dello stesso anno, quando, dopo la firma dell’armistizio, fu lo Stato a scomparire e la nazione si spaccò.

Da allora non siamo più stati gli stessi; abbiamo smesso, come paese, di credere d’avere un destino. Non solo: vittime tanto della propaganda alleata quanto di quella tedesca, abbiamo smesso di riconoscerci qualunque dote, diventando razzisti, e della peggior specie, nei confronti di noi stessi. E’ da allora, non da prima, che ci sentiamo inferiori agli altri popoli e che diamo per scontato di non poter avere uno stato, un governo ed una politica seri.

Questa è l’eredità avvelenata del fascismo, del suo sorgere, del suo prosperare e della sua scomparsa. Un’eredità che nessuno ci obbliga a tenere viva, ma che si perpetua anche grazie ad un’antiretorica che è diventata denigrazione dell’Italia e degli italiani. Ridicola la retorica fascista. Penoso, di che portare tutto il paese sul lettino di uno psicanalista o davanti ad un confessionale, il nostro descriverci come vili e servi; il nostro insistere, quasi con compiacimento, sulle nostre debolezze; il nostro negarci qualunque possibilità di redenzione.

Obama fa dei bei discorsi? Verissimo. Ne pronunciasse di simili un politico italiano, magari parlando di una grande famiglia italiana o del destino dell’Italia, sulla falsariga di quel che ha detto il presidente americano stanotte, i nostri stessi giornalisti che assistono inginocchiati alle messe dalla Casa Bianca lo farebbero a pezzi; gli darebbero del visionario, del populista e chissà che altro. Riconosciamo agli altri il diritto di avere ideali, ma non lo concediamo a noi stessi, prima ancora che ai nostri politici: questo è il nocciolo di ogni nostro problema.

Abbiamo un paese da ricostruire e non possiamo farlo senza credere d’avere un destino (questa è la parola chiave) che vada oltre la mera sopravvivenza; senza pensare di essere gli artefici perlomeno della nostra stessa Storia. Non basta la convenienza a tenere assieme una famiglia, se non nel più triste dei modi possibili; non può bastare la contabilità del dare e dell’avere a fare, di un popolo, una nazione. Dobbiamo ricordare quelle tre date, ma dobbiamo anche tornare a guardare avanti. Prendere atto dei nostri errori, ma anche ricordare che di questi, e di sconfitte, è anche fatta la storia di qualunque popolo abbastanza vecchio da averne una. Dobbiamo, finalmente, dopo settant’anni, ricominciare a trattarci per quel che siamo; i cittadini di un grande paese (no? Cosa è oggi l’Italia? La decima, quindicesima o ventesima potenza mondiale se non la settima? Bene; ci sono duecento e passa stati al mondo) che è tra i pochissimi ad aver contribuito a forgiare il mondo moderno. Dobbiamo, insomma e prima che sia troppo tardi, imparare perdonarci.

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