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Non resta Politica nella post-democrazia italiana

In piazza, a Brescia, in occasione della manifestazione pre-elettorale organizzata sabato dal PdL, c’era di tutto. Silvio Berlusconi, ovviamente, che ha approfittato dell’evento per scatenarsi una volta di più contro la magistratura, colpevole di avergli inflitto una nuova condanna. Con lui, povera infelice vittima (Mediaset comprava diritti televisivi tramite un intermediario con sede in un paradiso fiscale? E allora? Generoso com’è, il nostro stava solo cercando di aiutare l’economia caraibica), lì per dimostrargli tutta la loro solidarietà, c’erano i vertici del suo partito, a cominciare dal segretario Alfano. (Sì, sarebbe anche ministro dell’Interno. Se la polizia smetterà di fare arresti, per non consegnare nuovi martiri ai giudici aguzzini? Bella domanda…). Contro di lui, frotte di contestatori, tra cui pare spiccassero i sostenitori del M5S e di SEL, impegnati a disturbare il suo intervento a suon di fischi.

Grande assente la Politica: quell’“arte di governare la società” che è sparita (a dire il vero da almeno un ventennio) dalla nostra vita pubblica; di cui non v’è traccia sulle prime pagine dei nostri giornali o negli scambi di battute tra politicanti che costituiscono la nostra informazione televisiva. Un vuoto chiacchiericcio, di carattere più o meno marcatamente populista, che occupa il posto che dovrebbe tenere il dibattito sulle scelte chiave su cui si gioca il futuro del paese. Un futuro che appare sempre più miserabile, mentre dati e statistiche di ogni tipo segnalano il ritardo sempre più grave che andiamo accumulando rispetto agli altri paesi sviluppati; scelte che non appaiono obbligate (si possono tagliare le tasse o migliorare i servizi; si può scegliere di liberalizzare determinati settori e decidere di mantenere delle protezioni in altri) ma che per certo non possono accontentare tutti.

Decisioni che è inutile sperare possa prendere il governo Letta, che pare già destinato ad una durata poco più che balneare. Peggio ancora; che nessun governo formato dalla mediocre élite della nostra post-democrazia, può pensare di prendere. Rottosi ogni rapporto di rappresentanza tra elettori ed eletti, tra partiti e segmenti della nostra società, la nostra classe politica priva d’ogni autorevolezza, può solo permettersi la gestione dell’esistente.

Può arrivare a diminuire di qualche frazione di punto percentuale la pressione fiscale (leveranno l’Imu? Benissimo. Resta che, senza cambiare altro, si dovranno tagliare dei servizi o aumentare altre tasse) per dare un contentino all’elettorato, magari a rischio di provocare nuovi buchi di bilancio, ma non può permettersi d’avviare alcuna reale riforma.

Il paese avrebbe bisogno di una radicale trasformazione delle pubblica amministrazione? La nostra economia muore soffocata dalla miriade di corporazioni? Bene; al centro del nostro dibattito politico ci sono temi, come quello della cittadinanza ai figli degli immigrati, (e perché mai non dovrebbero essere cittadini italiani? Una motivazione logica, che non odori di razzismo, qualcuno la conosce?) che hanno il pregio di scaldare gli animi e consentire ai politicanti di tenere delle meravigliose concioni zeppe di alti e meno alti principi, ma non hanno il difettuccio di toccare le tasche di qualcuno.

Irrilevanti polpette avvelenate per dei cittadini che, stando ai risultati elettorali, con gli occhi puntanti al proprio portafoglio, sembrano disposti ad inghiottire di tutto.

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