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di Voices from Nowhere (sito) lunedì 4 luglio 2011 - 0 commento oknotizie
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Nilo: fonte di vita e discordia per Egitto ed Etiopia

Lo sfruttamento del Nilo è motivo di crescente tensione tra l'Egitto e gli stati alla fonte del fiume, in particolare l'Etiopia. Questi ultimi, e l'Etiopia in particolare, ne reclamano un utilizzo maggiore, ma Il Cairo e Khartoum si appellano ad un trattato del '59 che garantisce loro un diritto quasi esclusivo sulle acque del fiume. Ogni tentativo di accordo è andato a vuoto. E il progetto di dighe annunciato dall'Etiopia potrebbe chiudere i rubinetti per gli Stati a valle.

Se per millenni il flusso rigoglioso delle sue acque ha donato ricchezza e prosperità alle terre che bagnava, oggi, il Nilo è lo scenario di un duro scontro che oppone l´Egitto agli altri paesi che ne condividono la portata. Rivendicandone uno sfruttamento sempre maggiore.

Questo perché il regime dei diritti sulle risorse idriche è ancora regolato da una convenzione stipulata dalla Gran Bretagna (allora potenza coloniale della regione) nel 1959 e mai aggiornata, che assegna il 55% delle acque all'Egitto e il 22% al Sudan. Lasciando quel che avanza a Burundi, Ruanda, Tanzania, Uganda, Congo, Kenya ed Etiopia.

Conclusa l'era del colonialismo da quasi mezzo secolo, tali stati sono ancora ad un accordo che qualcun altro ha concluso per loro, e che nelle sue conseguenze pratiche impedisce loro di costruire dighe e centrali idroelettriche, alimentare terreni agricoli e dare vita ad un processo di sviluppo che non riesce a decollare a causa della scarsità di acqua disponibile.

Il 14 maggio 2010, ad Entebbe, in Uganda, il paese ospitante, la Tanzania, il Ruanda e in seguito il Kenya hanno firmato il protocollo d’intesa Cooperative Framework agreement, che vincola i Paesi aderenti a formare una nuova Commissione per gestire lo sfruttamento idrico del Nilo e che resterà aperto alle adesioni per un anno.

Già un mese prima si era tenuto un altro incontro a Sharm El Sheik, in Egitto, conclusosi con un "nulla di fatto". Sudan ed Egitto avevano proposto di istituire una commissione per i dieci paesi del bacino del fiume (i sette paesi a monte del fiume menzionati prima, più l’Egitto e il Sudan, assieme all’Eritrea, osservatore nell’Nbi), idea bocciata dai paesi a monte.

In base all'accordo di Entebbe, la quota delle acque del bacino del Nilo di ciascuno Stato dipenderà da variabili quali la popolazione, contributo al flusso del fiume, il clima, le esigenze sociali ed economiche, e, soprattutto, gli usi attuali e potenziali delle acque. All'accordo ha aderito anche il Burundi, lo scorso marzo. Si attende anche l'ingresso del Sud Sudan, se e quando le attuali tensioni con Khartoum saranno pacificate.

Un buon risultato, senza dubbio. Se non fosse che Egitto e Sudan, ossia i principali consumatori delle acque del Nilo, hanno boicottato l'incontro, fermi sulle proprie posizioni. E quale futuro potrà avere un accordo concluso senza gli attori maggiormente interessati?

La riunione del Nbi in programma il 29 giugno 2010 ad Addis Abeba, cominciata sotto ottimi auspici già contenuti nel titolo ("Lavoriamo tutti assieme per un futuro migliore"), è finita, invece, in un parapiglia dove sono fioccate le accuse e si sono sfiorati gli insulti, con i Ministri delle Risorse idriche di Sudan e di Egitto che hanno risposto per le rime al loro collega etiopico.

Oggetto del contendere è l'art. 14B del Cfa, che sancisce il principio inviolabile della sicurezza idrica di tutti i paesi del bacino del Nilo. Benché non modifichi il regime sancito dai precedenti trattati, la disposizione apre la strada ad una possibile revisione delle quote di utilizzo del fiume tra gli Stati rivieraschi. Una prospettiva che l'Egitto ha cercato in tutti i modi di scongiurare.


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