“... Tremonti o no, tutto possiamo fare tranne che rilassare i nostri conti pubblici. Di più: l’introduzione di una patrimoniale diventa sempre più necessaria per mandare un segnale inequivocabile della nostra volontà, come paese, di ripagare i nostri debiti”.
Per comprendere quanto sia importante il giudizio delle agenzie di rating e, più in generale, come operi il mercato, vi invito a fare un giochino. Siete i gestori di una piccola cassa pensioni canadese, non siete avidi speculatori, ma certo volete garantire ai pompieri, agli idraulici o a chiunque siano i vostri clienti, la pensione per cui vi versano i loro denari. Ovviamente siete prudenti e non mettete tutte le uova in un cesto; investite un po' dappertutto sul pianeta cercando di arrivare ad una combinazione ideale tra rischi e guadagni. Una parte dei soldi dei vostri futuri pensionati l'avete investita in Europa; una parte di questa parte in titoli di stato italiani. Fino ad ora ne siete soddisfatti; gli interessi sono stati puntualmente pagati e quei titoli vi hanno reso più di quanto vi avrebbero reso quelli tedeschi. Di più? Beh, certo, anche se non siete un grande esperto di cose europee lo sapete com'è messa l'Italia, lo sapete che rappresenta un rischio maggiore della Germania e non avreste mai fatto correre ai vostri clienti un rischio maggiore senza un adeguato compenso. In quelle due parole, rischio e compenso, sta tutta l'importanza dei voti delle agenzie di valutazione; sono loro a dirvi quanto sia rischioso investire in Italia e, indirettamente, quanto più alto debba essere, rispetto a quello offerto dai paesi più affidabili, il tasso d'interesse che l'Italia deve offrivi per remunerare adeguatamente il rischio che rappresenta.
Se il giudizio sull'Italia cala, insomma, potete metterci la mano sul fuoco, i nostri tassi d'interesse salgono. "Ma devo proprio ascoltarlo, Moody's?". Potreste chiedere. Non siete obbligati a farlo, sapete benissimo che le agenzie di rating non sono infallibili e spesso hanno preso delle grandi cantonate, ma, se non lo fate, il rischio è tutto vostro; se qualcosa andasse male non avreste, nei confronti dei vostri clienti, la minima scusa. Le agenzie di rating continuano ad esistere perchè di solito, piaccia o no, hanno ragione e nel loro giudizio sintetizzano una montagna d’informazioni a cui voi, che pure di finanza ne capite parecchio, non avete accesso o su cui non avete il tempo per riflettere adeguatamente- . La vostra stessa esperienza , poi, non solo vi dice di fidarvi dei giudizi di Moody’s, ma, nel caso questi comportino degli abbassamenti del rating, vi fa drizzare tutte le antenne: dall’Argentina alla Enron alla Lehman Brothers, in tutte le maggiori bancarotte, le agenzie di rating hanno peccato, se per caso, di ottimismo; hanno solo seguito, un precipitoso abbassamento di voto dopo l’altro, queste entità finanziarie verso un disastro che non avevano mai, se non all’ultimissimo momento, anticipato. Fin qui ho cercato, nei limiti delle mie conoscenze, di descrivervi i processi decisionali di un operatore finanziario in una situazione di mercato, ad ogni modo, normale. Tutto diventa assai meno razionale quando, per una qualsiasi ragione, inizia a diffondersi la sensazione che un’azienda o un paese stiano andando verso la bancarotta. E’ in casi simili, come in quelli opposti e per certi versi uguali degli improvvisi aumenti di prezzo di certe azioni, che mi riesce facile spiegare perchè, proprio perchè sono un liberale, non sono un vero liberista e non ho una cieca fiducia nel mercato. Secondo i liberisti, il mercato, con una saggezza tutta sua, alloca le risorse nel modo migliore; è la sua “mano invisibile” a premiare i buoni e punire i cattivi, a far affluire i capitali dove ci sono le migliori possibilità di crescita e a toglierli a chi li sta sprecando. E’ vero, e solo in parte, quando la dinamica dei mercati è lineare ed ordinata; quando, a meno di fluttuazioni minime, domanda e offerta si succedono con continuità.
Le agenzie di rating non sono affatto scollegate dalle speculazioni, anzi: c’e’ il dubbio che (...)
19/06 00:18 - Geri SteveUltima chiamata > Nel 2010 il PIL è fermo al 94,7% di quello ante-crisi (2007). Il tasso di (...)
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