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di Camillo Pignata martedì 22 novembre 2011 - 1 commento oknotizie
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Monti e la crisi finanziaria europea

La speculazione attacca l’Europa e con essa l’Unione europea, come confermano gli ultimi dati degli spread e della borsa. Ieri Piazza affari ha chiuso in perdita dell’4,74%, la borsa di Parigi ha chiuso a -3,41%, quella di Francoforte a -3,35%. E insieme all’Europa perde anche Wall Street che chiude a -2,11%.

Lo spread dei titoli italiani si è attestato a 475 punti, superando quello spagnolo che si è fermato a 460 punti. Mentre il ministro delle finanze tedesco ha affermato che il virus finanziario comincia a lambire il debito della Germania.

In questa situazione, il problema è capire perché un virus finanziario che ha portata mondiale, colpisce in modo così virulento l’Europa, e in particolare l’Italia che bene o male, è pur sempre un’economia solvibile, la settima nel mondo, ha un buon risparmio privato e un sistema bancario che non ha fatto incetta di titoli tossici, e che, a differenza di altre banche europee, non ha avuto bisogno di un sostegno finanziario.

Eppure l’Italia è il focolaio del virus. Così ci dice Herman Van Rompuy: "Il caso italiano evidenzia come i problemi di un Paese diventano i problemi dell’intera eurozona”. Il fatto è che esiste un problema Italia all’interno di un problema Europa. Si colpisce l’Europa perché non è un soggetto politico e non fa politica, e quando ha provato a farla, ha fallito miseramente come per la guerra in Iraq o per la costruzione della Costituzione europea. 

L’assenza di un’autorità politica con un fondamento unitario che la legittima, rende difficile comprimere l’autonomia decisionale dei singoli stati nella gestione dei debiti sovrani. E la Bce, che dovrebbe essere il baluardo difensivo del vecchio continente, non è dotata, come sottolineato dal governatore Draghi, di poteri sufficienti a svolgere una difesa efficace dei titoli.

Questo è vero, ma se ciò è avvenuto è stata colpa del vuoto politico europeo, e non di un complotto dei mercati. In questo vuoto che ha accomunato l’Italia e l’Europa, è arrivata la bufera finanziaria. Il vecchio continente e il nostro Paese hanno seguito supinamente gli andamenti dei titoli e degli spread, senza incidere su di essi. Hanno provveduto alla riduzione delle spese e al taglio del costo del lavoro.

Un rigore senza crescita imposto dal direttorio tedesco, che può provocare solo la recessione. Ma nessuna crescita è ipotizzabile senza una politica industriale che provveda alla selezione dei settori da incentivare e quelli da disincentivare, a sollecitare la domanda verso prodotti di interesse collettivo più che individuale, a sviluppare una politica di alleanza fra le imprese europee e qualificare le risorse umane.

Ma ciò postula una soggettività politica che l’Ue non ha, e una politica interventista che l’Europa, super liberista, non si può permettere. La politica non è stata in grado di fare ciò che doveva fare nei tempi in cui andava fatto ed ha così rinunciato a gestire la finanza che è uno dei terreni più importanti su cui agisce la politica.

Tutto ciò non poteva restare senza conseguenze e si è tradotto in una resa dell’Ue ai mercati. I mercati operano in base a certi meccanismi, a certe aspettative, a certe richieste, e se non vengono rispettate, i mercati agiscono di conseguenza. E così non si sono fatti attendere i giudizi negativi delle agenzie di rating su Grecia, Spagna e Italia, e fra poco anche sulla Francia, che hanno visto, nell’inerzia politica, l’incapacità dei singoli Stati e dell’Europa a gestire la crisi.

E questi giudizi che avevano qualche motivazione, hanno provocato la sfiducia degli investitori nella solvibilità dei singoli stati, e con essa un incremento dei tassi di interesse dei titoli di Stato. Tutto ciò ha sollecitato e imposto interventi di contrasto che, nell’impossibilità di una politica industriale europea, hanno privilegiato le misure finanziarie adottate dalla Bce, dall’unico soggetto in grado di condizionarne la volontà degli Stati membri.

Di qui il ruolo politico della Bce, che ha un’ampia discrezionalità nell’ acquistare o meno i titoli dei Paesi in difficoltà, e di frenare o meno, con l’incremento della domanda, la corsa al rialzo degli spread.

E come poteva essere diversamente, in un’Europa priva di soggettività politica, quindi con le mani legate nei confronti dei singoli Stati sul piano finanziario e su quello industriale. Insomma sul piano politico, l’abdicazione della politica al suo ruolo ha determinato l’egemonia della finanza sulla politica. Ma il vuoto politico investe l’U.E. e non i singoli Paesi.

Germania, Francia, Gran Bretagna, Polonia (ed altri) sviluppano un’intensa azione politica, in Europa e in patria: il nostro Paese ha invece abdicato al ruolo della politica e per questo è il focolaio del virus. In Italia il regime berlusconiano ha fatto dell’anti-politica il suo segno distintivo. Ha demonizzato, in nome della società civile, la politica e i politici che avevano fatto gavetta ed esperienza nelle sezioni, frequentato le scuole di partito.

Ha sostituito la politica con l’affare, l’interesse pubblico con l’interesse personale, la lotta politica con la propaganda elettorale. Il Parlamento ha lavorato poco e la sua dignità è stata offesa, con le parole e con i fatti, da chi lo ha considerato un inutile intralcio, e ridotto ad un votificio. Molti punti di incremento dello spread sono dovuti alla inaffidabilità del governo italiano, ma non tutti.

La credibilità dell’esecutivo del cavaliere, è una delle concause, non la causa unica dell’attacco ai nostri titoli. Infatti non abbiamo avuto solo Berlusconi, ma anche un basso livello della classe dirigente per cui l’impresa rinuncia a fare l’impresa, il sindacato o meglio una parte di esso rinuncia a fare il sindacato, i giornalisti a fare i cani da guardia del potere.

Tutto ciò ha provocato l’inaffidabilità del sistema Paese, che si è determinata per colpa del suo degrado culturale e sociale, del suo vuoto politico, e non di un complotto dei mercati. Con Monti ritorna la sobrietà e la politica, ma ciò non sarà sufficiente a risolvere la crisi che ci attanaglia, perché il nostro problema non è solo Berlusconi, ma il berlusconismo, non è solo la crisi italiana, ma quella europea.

E dal berlusconismo l’Italia non si salva senza un superamento del degrado culturale che ci ha regalato vent'anni di governo del Cavaliere. Il rigore, la crescita, l’equità non varranno a immunizzare l’Italia dal virus, come non hanno immunizzato la Francia. L’Europa o si salva tutta insieme o non si salva. E ciò per l’interdipendenza tra i vari Stati introdotto dalla globalizzazione.

In conclusione: Monti non può risolvere da solo la crisi finanziaria del nostro Paese, al massimo può assicurarci una boccata di ossigeno. Il problema si risolve in Europa che deve diventare soggetto politico e costruire una politica industriale europea. Ma questo non basta, l’Europa deve abbandonare la sua politica iperliberista, e intervenire nell’economia. Con tale intervento l’Europa deve acquisire il controllo di aziende strategiche energetiche, di ricerca ma soprattutto banche e creare un sistema di imprese a partecipazione statale. Se l’Europa non controlla le banche e non ridà spessore all’industria non potrà mai risolvere i suoi problemi.



di Camillo Pignata martedì 22 novembre 2011 - 1 commento oknotizie
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