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di Riflessioni Urbane (sito) lunedì 13 dicembre 2010 - 1 commento oknotizie
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Monicelli. Il tempo di vivere, il tempo di morire: le scelte negate

Mario Monicelli non c'è più. E, a distanza di qualche giorno, è diventato ormai un fatto marginale rispetto alle polemiche scaturite dopo la sua morte.

Ma con lui probabilmente è anche venuta a mancare l'ennesima occasione di riflettere su un “determinato” momento della vita che volge al traguardo della nostra esistenza, esistenza umana che, come ricordava Fromm, è in fondo circoscritta ad una scelta tra Vita e Morte. E ovviamente trattandosi stavolta di una “scelta” drastica le discussioni in merito non sono mancate, con veri e propri scontri dialettici arrivati persino in Parlamento forse perché a decidere di farla finita per sempre è stato il novantacinquenne regista viareggino e non un giovane e anonimo tossicodipendente chiuso tra le mura di una cella.

Qualcuno per dare una valenza al suo suicidio ha tirato in ballo l'età, l'arguzia del suo pensare e una mai smarrita lucidità, ma bisogna ricordare che in ognuno di noi è ben vivo e forte l'istinto di conservazione, e la sua regola prima, ossia la sopravvivenza, non è un limite che si può calpestare ed oltrepassare solo ad età avanzata o se si ha la cultura o uno status sociale adeguati, quindi è quanto meno discutibile rappresentare la "scelta di morire" in una scala di valori che pare consentire delle eccezioni e quindi a comprendere la scelta del regista viareggino. Allo stesso modo il paragone con la vicenda Welby ed Englaro è sembrato abbastanza azzardato, se non altro per la diversa possibilità di “scegliere” e agire che ognuno ha avuto oppure no: Mario Monicelli era malato di cancro alla prostata, ma ciò non gli ha impedito di muoversi e trovare, come è avvenuto, il momento opportuno per buttarsi dal balcone dell'Ospedale San Giovanni di Roma dove era ricoverato. E non ha dovuto perdere tempo correndo su e giù per i tribunali per riuscire a legittimare il sacrosanto diritto, come malato terminale, di porre fine in qualche modo alle proprie sofferenze.

Quindi come si fa, in tragedie così diverse tra loro, a non parlare di “strumentalizzazione” se per affrontare un tema delicato e complesso come la morte "assistita" viene preso a pretesto un suicidio come tanti ma che però riguarda un personaggio noto al grande pubblico?

Forse il discorso da fare invece è un altro. Che si tratti di Monicelli, di un prete o dell'ultimo dei delinquenti il “gesto” è comunque una “scelta”, e una scelta di questa gravità presuppone da parte di chi la compie una assunzione di responsabilità, senza dover stare a scomodare l'etica, i laici e i cattolici. E nello specifico, rivolta contro se stessi e non contro gli altri, probabilmente non ti rende un eroe ma neppure un vigliacco o un uomo perso nella solitudine e abbandonato al proprio destino come è stato detto, tanto da doverlo immaginare classato e relegato nel girone dantesco dei suicidi in compagnìa magari di celebrità come Marilyn Monroe ma anche di personaggi come Hitler o Nerone, oltre agli "ultimi" e cioè a coloro che arrivano (e non per scelta) a scrivere con la propria vita la parola FINE costretti da altre tragedie che nulla hanno a che vedere con la solitudine, la depressione o un male incurabile, come ad esempio la discutibile carcerazione per tossicodipendenza (una delle cause di sovraffollamento degli istituti di pena italiani) oppure il ricorso al prestito di un usuraio.


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