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Militari, droghe e il sequestro Sgrena

Il Sonno, nemesi dei Generali

 

L’ottimizzazione del rapporto spazio-tempo (rubare più terreno possibile nel minor tempo a disposizione) da sempre sembra essere il diktat della guerra sul campo. Sun-Tzu, Machiavelli e Von Klausewitz – i tre precettori ideali dell’arte della guerra – concordano nei loro scritti, seppur a distanza di secoli, sulla necessità dell’agire repentino. Il più recente dei tre autori, Von Klausewitz, ufficiale austriaco durante le guerre napoleoniche, con il suo unico testo “Vom Kriege” e con la sua massima «la guerra è il proseguimento della politica con altri mezzi» farà da battistrada, a più di un secolo di distanza, a ciò che oggi viene definito blitzkrieg, la più nota guerra lampo.

Dall’invasione della Polonia, alle due guerre in Iraq, con l’intermezzo del Kosovo e dell’Afghanistan, la guerra lampo è risultata essere la strategia prediletta dagli aggressori. Segno distintivo della tattica, che per la prima volta fu usata dall’esercito nazista nei territori occidentali polacchi, consiste nel massiccio utilizzo dell’aviazione al fine di indebolire le difese di terra e favorire l’avanzata delle truppe.

 Il progredire delle tecnologie e la sempre più totale avversione delle opinioni pubbliche alle perdite umane – almeno per quanto riguarda quelle che avvengono nel proprio schieramento – sembrano non aver sortito altro effetto che incrementare gli interventi a carattere aereo, a scapito dello scontro tra fanterie. Per di più l’affacciarsi sulla scena internazionale dell’Hollywodiana “guerra totale al terrorismo”, con i suoi centinaia di fronti aperti continuamente e contemporaneamente, non ha giovato affatto all’alleggerimento dei compiti degli aviatori militari del III millennio.

Guerra globale al terrorismo. Ma il globo è grande, non è cosa da girare a piedi. Puoi progettare gli aerei più veloci, ma l’aria si ribella a certe velocità, diventa dura come il cemento armato; come l’occhio, che di una donna vuole la sua parte, anche il tempo ne esige una dallo spazio. Per quanto la generazione prima della mia sia cresciuta a pane e Star Trek, ai piloti di oggi non è concesso nessun Sig. Scotty che, eseguendo gli ordini, li tele-trasporta ovunque con un fascio d’energia. Non siamo tutti il Capitano Kirk.

Bombardieri in missione tenuti in volo per più di 10 ore consecutive, piloti seduti in anguste cabine con poche possibilità di movimento, la noia, la stanchezza. Il sole e le stelle scorrono ai lati degli oblò di prua. Sono lontani i giorni in cui la Bayer sintetizzava quella sostanza che rendeva ogni soldato coraggioso come un eroe, l’eroina. Di “eroi” tedeschi massacrati durante la prima guerra mondiale ce ne sono stati milioni. Di “eroi” tedeschi in crisi d’astinenza dopo la guerra di più. Quasi un secolo, ormai, da “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, i valori sono cambiati, la società è cambiata, rendimento e successo hanno le stesse caratteristiche della guerra lampo, non necessitano di “eroi” ma di lepri, dinamiche, veloci. La Bayer ora sintetizza “speed”.

Anfetamine e Soldati

 Stimolanti, dopanti, anoressizzanti: le anfetamine e le sostanze ad esse simili, conosciute anche con il nome di “speed”, sono droghe psicoattive che promettono maggior rendimento e benessere, il che spesso porta ad abusarne.

Gli psicostimolanti sono stati sintetizzati per la prima volta verso la fine del XIX secolo, mentre i primi medicinali dalle proprietà stimolanti, i cosiddetti psicoanalettici ( il Benzedrin o il Pervitin ), sono stati immessi sul mercato attorno al 1930, con lo scopo iniziale di curare il raffreddore ed il mal di mare. Ma fu durante La Seconda guerra mondiale che le anfetamine sintetiche e gli stimolanti a base di metanfetamine, molto più potenti delle anfetamine, conobbero un vero e proprio utilizzo usuale. Le cosiddette Weckamine venivano utilizzate per tenere svegli i soldati e coloro che lavoravano nell’industria degli armamenti. Per quanto riguarda l’uso specifico delle anfetamine nell’aviazione, i piloti della luftwaffe ne furono i precursori; il coraggio, l’aggressività e l’assenza di stanchezza dovevano essere doti imprescindibili degli eredi del barone rosso.

Definizione alla mano, nel gruppo delle anfetamine rientrano le sostanze psicoattive dagli effetti soprattutto stimolanti ed eccitanti. Derivati chimici della fenitelitamina, la loro struttura chimica è simile a quella dell’adrenalina. Analogamente a questo ormone, le anfetamine fungono da trasmettitori, favorendo la produzione di neurotrasmettitori, quali noradrenalina, dopamina e serotonina, nel sistema nervoso centrale, e più precisamente nel sistema simpatico. L’azione indiretta sul sistema simpatico provoca reazioni cosiddette ergotrope (accelerazione del battito cardiaco, dei sistemi circolatorio e respiratorio), dalle quali risulta un maggior rendimento e una migliore interazione con l’ambiente circostante. In accordo con la classificazione delle dipendenze elaborata dall’OMS, il consumo di anfetamine può portare in tempi relativamente brevi alla dipendenza. Stime parlano di dipendenza dopo il consumo regolare sull’arco di una/quattro settimane. L’utilizzo prolungato di queste sostanze, oltre al rischio della dipendenza, va di pari passo con l’insorgere di sintomi quali: sbalzi d’umore, angosce, depressioni e reazioni psicotiche di tipo paranoico-aggressivo.

Fuoco Amico

Ossimoro linguistico, di totale appannaggio del gergo militare, stante ad indicare quella situazione in cui soldati o mezzi vengono a trovarsi sotto il fuoco delle proprie batterie o di quelle alleate. Le forze americane utilizzano il termine friendly fire mentre le truppe inglesi hanno mutuato la loro dicitura, blue-on-blue, dai war-game, nei quali solitamente le forze amiche sono contraddistinte dal colore blu, mentre quelle nemiche sono rosse. Si distinguono due categorie di fuoco amico: gli incidenti di posizionamento, molto comuni durante la Prima e la Seconda guerra mondiale, risultano essere banali errori di tiro; la seconda categoria, invece, presenta principalmente errori di identificazione dei bersagli, dal momento in cui i sistemi di puntamento odierni permettono margini bassissimi di inaccuratezza.

Le luci della ribalta italiane hanno puntato i loro fari sul fuoco amico il 4 marzo 2005, giorno in cui il funzionario italiano Nicola Calipari rimase vittima del fuoco alleato, nelle fasi immediatamente successive alla liberazione della giornalista de il Manifesto Giuliana Sgrena.



In relazione al notevole incremento degli episodi di fuoco amico nelle guerre in Afghanistan ed Iraq, l’ipotesi suggerita dal CSM (Christian Science Monitor) riguarda l’utilizzo di droghe prescritte ai militari americani dai propri superiori, in particolare tra i Commandos delle forze speciali e tra i piloti dei bombardieri. Il CSM ipotizza che il ripresentarsi in maniera così massiccia di questa pratica sia specialmente dovuto alla lunghezza delle missioni. Basta pensare che in molti casi gli aerei che bombardano le vallate afgane partono da basi situate su territorio USA, a più di 10.000 km di distanza, dove poi tornano a missione compiuta. La sostanza più usata risulta essere la Dexedrina, una dextro-anfetamina legale, che nella maggioranza dei casi viene solo consigliata ai piloti che non sono obbligati a prenderla, in teoria. I piloti sono costretti a firmare un modulo di approvazione in cui dichiarano che l’uso di droghe e volontario, nel quale una postilla recita « Potrei scegliere di non prenderle in circostanze nelle quali il suo uso appare indicato [...] il mio comandante potrebbe decidere che io non sia idoneo a volare nella missione stabilita ».

L’uso di anfetamine, definite dagli stessi aviatori go-pills, è l’argomento topico anche di un altro documento: “Il Mantenimento della prestazione durante le operazioni di volo continuato” (Performance Maintenance During Conituous Flight Operations), prodotto dal laboratorio navale di ricerca medica di Pensacola in Florida. Nel documento sono riportate informazioni che nel 2002 hanno provocato alcune dichiarazioni da parte del Surgeon General’s Office delle forze armate americane che confermano l’uso delle anfetamine da parte dei piloti. Nella dichiarazione si afferma che «Durante operazione di combattimento e contingenti, agli aviatori è spesso richiesto di eseguire il loro dovere per periodi estesi senza riposo. Sebbene disponiamo di molte tecniche di pianificazione e di esercitazione per prolungare le nostre operazioni, prescrivere droghe qualche volta è vantaggioso contro gli effetti della fatica durante queste operazioni».

Il rischio con l’assunzione di anfetamine non si limita alla tossicodipendenza dovuta all’alternanza tra go-pills e no-go-pills (sorta di calmanti che i piloti assumono dopo le missioni); il maggior pericolo sta, invece, nella poca lucidità dei piloti, visto che le anfetamine sono associate a sentimenti di aggressività e paranoia, malgrado le dichiarazioni dei ricercatori militari Usa affermino che questi sintomi appaiano con dosi molto superiori ai 5-10 milligrammi di Dexedrina, che normalmente vengono prescritti ai piloti nella guerra afghana. Ma proprio alle anfetamine dei piloti pare che possano essere attribuite alcune stragi di civili o di alleati in Afghanistan.
 

A tal proposito John Pike, direttore di Globalsecurity.org, un istituto di ricerca sulla difesa, ha detto: "Con i farmaci si bombarda meglio. Penso che sia una domanda ovvia da fare. Sono a fare sorpreso che non sia stata fatta prima.”

Il CSM fa notare come «per lo più l’uso di farmaci prescritti ad una parte dei piloti Usa non ha ricevuto attenzione negli Stati uniti. Ma in Inghilterra e in Canada, la questione è stata sollevata soprattutto in possibile connessione con le bombe vaganti. In aprile, quattro soldati canadesi furono uccisi e un altro ferito, quando un pilota americano di F-16 in una missione a largo raggio, pensando di essere sotto attacco, sganciò un bomba da 250 kg guidata a laser su un’esercitazione alleata». John Pike rincara la dose dichiarando al CSM: «La versione iniziale dell’incidente canadese ritraeva il comportamento del pilota come inesplicabilmente aggressivo e condito da un pizzico di paranoia e il mio primo pensiero era che il povero tipo aveva ingoiato troppa speed».
 
Il pilota dell’F-16, il maggiore Harry Schmidt della Guardia Nazionale Aerea dell’Illinois, aveva volato per tre ore dal Kuwait alla zona di combattimento, prima di bombardare gli alleati canadesi della Princess Patricia’s Canadian Light Infantry, e subito dopo ha affrontato un volo di ritorno di altre tre ore. Le missioni degli F-16 dal Kuwait arrivavano spesso fino a nove ore. Due relazioni non pubblicate sull’incidente da fuoco amico , secondo quanto riferito, concludevano che il maggiore Schmidt commise quell’errore perché non riuscì a valutare correttamente il rischio prima di colpire. Il maggiore Schmidt, già pilota della Marina ed istruttore alla scuola di formazione di elite "Top Gun", ha detto di aver visto delle fiammate a terra e di aver agito per legittima difesa, credendo di essere attaccato. Pochi istanti dopo è stato informato che vi erano "alleati nell’area". Più tardi è emerso che i soldati canadesi stavano prendendo parte ad esercitazioni di cui il contingente americano era stato informato. Il legale del maggiore Schmidt, Charles Gittins, recentemente non è stato disponibile a dichiarare se il suo cliente abbia assunto anfetamine. Tuttavia, ha detto al Toronto Star, che ha rivelato l’uso di anfetamine da parte dei piloti: «Non so. Non ho mai chiesto al mio cliente se sia mai stato in cura. Ma questo è un fatto molto comune…».

Ma d’altronde gli alleati delle forze aeree americane non si stupiscono, già durante la seconda guerra mondiale tra le truppe da sbarco inglesi era ben radicata una sorta di consapevolezza sulla natura dei colleghi d’oltreoceano: «quando noi inglesi bombardiamo, i tedeschi corrono a nascondersi. Quando loro bombardano, noi inglesi corriamo a nasconderci. Ma quando gli americani bombardano tutti corrono a nascondersi!». Ma il Comando militare Usa ha scopi ben più ambiziosi, vuole sintetizzare farmaci che diano ai militari una forza e una resistenza sovrumane. Il CSM cita un documento elaborato dalla Defense Advanced Research Project Agency (Darpa) del Pentagono: «La capacità di resistere agli effetti mentali e fisiologici della privazione del sonno cambieranno dalle fondamenta i concetti militari di tempus operativo e gli attuali ordini di battaglia per i servizi militari. In breve, la capacità di operare con efficienza, senza dormire, è nulla di meno che una rivoluzione del XXI secolo negli affari militari che risulta in una padronanza operativa su tutto il ventaglio dei potenziali impegni militari Usa». È quel che il Darpa chiama «approccio radicale» per realizzare una «performance assistita continua», sette giorni di operazioni senza dormire. I laboratori militari americani sono all’opera ininterrottamente per il perseguimento di tale «miglioramento del guerriero attraverso la chimica». Un memorandum del Comando Usa per le Operazioni Speciali osserva che il futuro «operatore» delle forze speciali farà affidamento su sostanze «ergogeniche» (tipo doping nello sport) «per gestire lo stress ambientale e mentalmente indotto e per accrescere la forza e la resistenza aerobica dell’operatore». «Altri miglioramenti fisiologici potrebbero includere modi per superare la deprivazione dal sonno, per regolare i ritmi circadiani per ridurre il jet-lag, come per ridurre in misura significativa il tempo di acclimatazione alle alte altitudini o alle profondità subaquee, usando il doping del sangue e altri metodi». Poca differenza con i più fervidi copioni da fantascienza. Alla ricerca del Supersoldato, che non subisce la paura, la stanchezza, il sonno.

Per il momento non resta che accontentarsi di piloti alla Dexedrina.

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