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Mario Schifano

Una retrospettiva per illustrare a tutto tondo la figura di uno dei maggiori esponenti dell’arte italiana che dagli anni sessanta in poi non ha mai smesso di far parlare di sè. Dipinti, disegni, fotografie e filmati che documentano un nuovo modo di fare arte, strettamente legato al vissuto quotidiano dell’artista. Una produzione torrenziale, apparentemente semplice ma densa di significati . . .

Mario Schifano amava parlare poco di sé, preferiva dipingere. Dare sfogo al suo incontenibile istinto creativo, al senso pittorico che lo portava ad attingere alle fonti più disparate, in maniera disordinata. Permettendogli però di creare immagini sempre nuove che hanno rivoluzionato la pittura italiana e non solo. Ciononostante non riconosceva nessuna paternità; Warhol, per molti tratti simile, per lui era semplicemente un contemporaneo. Vita e arte per lui viaggiano in parallelo, influenzandosi reciprocamente, “un occhio all’arte e due alla vita!”. La sua esistenza è stata una parabola vertiginosa che lo ha consacrato uno degli artisti maledetti del ventesimo secolo. Studente pigro, attento osservatore, fanatico del contesto urbano, esordisce nel febbraio del 1959 in una collettiva a Roma. La sua produzione artistica si snoda nell’arco temporale di quattro decenni che lo vedono muoversi dai monocromi dei primi anni sessanta alle sperimentazioni multimediali degli anni settanta/ottanta. Bello, estroverso, esibizionista con un ottimo senso del sé, diventa in pochissimo tempo un mito: ma la sua esistenza viene messa seriamente in discussione dall’uso frequente di droghe. Verso la metà degli anni Ottanta, però, incontra Monica De Bei. Dal loro matrimonio nasce Marco Giuseppe. Apparentemente semplice, umanamente complesso così appare nella retrospettiva alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna, inaugurata in occasione del decennale della morte e dei cinquant’anni dal suo esordio.



Mario Schifano è un artista tortuoso, pur nella linearità e compostezza della sua numerosissima produzione artistica. Quasi settanta dipinti, cinquanta disegni, fotografie e film che documentano l’esistenza straordinaria di un uomo che rappresenta ancora oggi un caposaldo dell’arte italiana nel mondo. La sua pittura stabilisce sempre un contatto con la realtà esterna: essere artista moderno significa essere uomo moderno, non sottarsi alle circostanze ma viverle e descriverle attraverso l’arte. Magari accelerando il ritmo artigianale della pittura per portarlo a quello industriale della macchina. L’equazione artistica di Schifano si muove così nel senso di quantità-qualità-quantità senza mai sconfinare in una pittura calcolata. I monocromi degli anni Sessanta, ad esempio, sono occasioni per estendere il colore (materia) sulla superficie, come fossero spazio e tempo. Espansione e concentrazione, che si trasformano in un atto delimitato spazialmente dal colore e temporalmente dal segno. Arte bidimensionale, artificiale e macchinosa. I film di Schifano affrontano il concetto di tempo attraverso il movimento quantitativo della pellicola, che ha una fine. Polarità: spazio bidimensionale scorrevole; orizzontalità: esibizione frontale di segni che popolano lo spazio interno, ripetizione programmata di immagini. Azione e contemplazione. La monotonia/monocromia viene sempre interrotta dall’introduzione di un accidente, un piacere gestuale: sbavature, tracce di colore, inquadrature, particolari e dettagli. Prima di morie Schifano ritornerà alla pittura in senso stretto, abbandonando la poetica della macchina e della riproducibilità meccanica. Un ritorno alle origini chiude il cerchio di un’esistenza meravigliosa.

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Ferrari
20 x Monica 1 x Marco 21 vecchie Ferrari 1986 tecnica mista e collage su carta cm 100 × 70 collezione Marco Schifano ©Archivio Mario Schifano

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