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Mario M., i suoi critici e il valzer con Angela

I contatti tra Monti e Merkel per la definizione di un piano comune che coniughi rigore e sviluppo, sono la puntuale dimostrazione di quali devono essere stati gli obiettivi del presidente del Consiglio dal giorno stesso in cui, mentre nelle casse dello stato non restava quasi nulla, ha accettato il proprio incarico.

Non osavo davvero sperare, pochi mesi fa, che saremmo arrivati a maggio, ultimo mese della tradizionale stagione borsistica, in queste condizioni: malconci, ma vivi.

Il fatto che possiamo ancora discutere con relativa calma dei pregi e difetti del suo governo, e non siamo personalmente impegnati a cercare di che sopravvivere fino a domani, è in sé uno straordinario successo di Mario Monti e, mai dimenticarlo, di Mario Draghi. Questo, se non implica che Monti abbia fatto tutto bene, dice molto della parzialità di chi non riconosce al presidente del Consiglio un solo pregio. Una parzialità che ha rasentato l’assurdo quando, dopo decenni in cui i nostri politicanti sono stati liberi di usare il più sciatto dei linguaggi, magari mentendo spudoratamente in faccia alla nazione, li ha portati addirittura a criticare singole parole dette da Monti e dai suoi ministri, e che induce ora al sorriso vedendo gli stessi arrampicarsi sugli specchi per giustificare le infelici uscite del loro nuovissimo beniamino Beppe Grillo.

Un’altra caratteristica dei critici di Monti pare essere l’incapacità di comprendere quanto limitate siano le sue possibilità di manovra. Personalmente ho iniziato a chiedere l’introduzione di una tassa patrimoniale almeno due anni fa, subito dopo il G 20 di Toronto, quando i grandi della terra decisero di affrontare la crisi senza ricorrere alla strumento del debito. Costatato che Monti ha di fatto introdotto una patrimoniale sugli immobili (questa è l’IMU) non sono certo soddisfatto; continuo a credere che un’imposta strutturale sui grandi capitali, abbastanza pesante da procurare fondi per lo sviluppo ma non tanto da determinarne un fuga generalizzata, sia necessaria. Detto questo, però, non me la sento di imputare molto al presidente del Consiglio, ricordando che è appunto solo un presidente del Consiglio, non un dittatore, e ogni sua misura dev’essere approvata da un parlamento in cui il PdL è ancora partito di maggioranza relativa.

Un parlamento che dopo aver approvato in tutta fretta, con l’acqua alla gola, la riforma delle pensioni, ha di fatto bloccato ogni sua iniziativa e che solo dei sognatori possono pensare sia disposto ad acconsentire ad una patrimoniale, quando non ha dato il proprio assenso neppure alla liberalizzazione dei tassì.

Detto questo e in attesa di assistere agli sviluppi del dibattito sui tagli di bilancio, in cui i soliti daranno prova di tutto il loro populismo (no alle tasse, no ai tagli e più topa per tutti: è in sintesi la lor posizione. Ah, e i conti li pagano gli altri; il nome di questi altri essendo l’unica differenza tra loro), credo che si debba essere letteralmente accecati dall’odio per sostenere che Monti abbia fatto male sulla scena internazionale, quella su cui si decide la nostra sopravvivenza e l’unica in cui si possono trovare gli strumenti per uscire da una crisi che non è solo italiana.

Monti, e basta leggere i commenti della stampa internazionale, è riuscito a comunicare al mondo che esiste un’Italia diversa da quella folle, irresponsabile, cabarettistica, rappresentata da Silvio Berlusconi; che il nostro è un paese serio, desideroso e capace di mantenere i propri impegni. L’Italia con lui è tornata ad avere voce in Europa e nel mondo; un peso politico e diplomatico almeno paragonabile a quello che, nonostante tutto, continua ad avere dal punto di vista economico ed industriale.

I contatti tra lui e Merkel per la definizione di un piano comune che coniughi rigore e sviluppo, sono la puntuale dimostrazione di questo oltre che una spiegazione, data a chi proprio si rifiuta di capire, di quali devono essere stati gli obiettivi della sua azione dal giorno stesso in cui, mentre nelle casse dello stato non restava quasi nulla, ha accettato il proprio incarico.

Non serviva troppa fantasia, solo un minimo di fiducia, per capire che Monti sapeva e sa benissimo di non poter rilanciare l’economia italiana con una politica fatta di nuove tasse e tagli alla spesa, ma pure che questi erano fondamentali, oltre che per placare i mercati che devono finanziarci quasi giorno per giorno, per poter chiedere agli altri governi europei quegli allentamenti della politica monetaria che sono condizione necessaria per trovare una soluzione alla crisi del debito e per finanziare una politica di sviluppo. Un rigore che, ricordando che l’Europa è una democrazia fatta di democrazie, è servito soprattutto a dimostrare agli elettorati dei paesi a cui dobbiamo chiedere di darci una mano, che siamo disposti a cambiare rotta dopo decenni di sprechi.

Staremo a vedere in cosa consisterà esattamente l’operazione che stanno concertando Roma e Berlino. L’approvazione lo stesso giorno, da parte di analoghe ampie maggioranze di solidarietà nazionale nei due parlamenti, di Fiscal Compact e Fondo Salva Stati, quali che siano le riserve sui particolari di questi due provvedimenti, rappresenterà un messaggio rivolto all’opinione pubblica mondiale, prima che ai mercati, ancor più chiaro della “dichiarazione solenne sul comune destino europeo” che dovrebbero rilasciare per l’occasione i capi dei due esecutivi. Questa operazione d’immagine, pure importantissima, però sarebbe poca cosa se non accompagnata dall’introduzione degli eurobond e di una disciplina di bilancio che consenta di conteggiare solo in parte, o per niente, gli investimenti nel calcolo del deficit.

Misure, queste sì, che sarebbero decisive per fare uscire l’Italia e il continente dalla crisi. Misure che né Merkel, né il suo parlamento, né il loro elettorato avrebbero mai potuto prendere in considerazione se Monti, nelle condizioni in cui si è trovato ad agire, con alle spalle il Parlamento che ha, non avesse fatto quel che ha fatto.


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