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Lolita Complex: il Lolicon e le sue controversie

Con il termine “Complesso di Lolita” ci si riferisce all’attrazione sessuale che alcuni uomini adulti provano nei confronti di ragazze preadolescenti o appena entrate nella pubertà.


Il termine, utilizzato per la prima volta da Russel Trainer (1966) nel suo libro intitolato “The Lolita Complex”, trae ispirazione dal celebre e controverso romanzo di Vladimir Nabokov “Lolita”, in cui un insegnante quasi quarantenne perde letteralmente la testa per una giovane dodicenne da cui sarà ossessionato per il resto della propria vita.
Tale Complesso è conosciuto, soprattutto in Giappone, come “Lolicon” e le sue varianti “Lolikon” o “Rorikon”. Il termine è tipico dello slang giapponese in cui le parti iniziali delle parole “Lolita” e “Complex” sono state fuse in un unico lemma. Tale vocabolo si riferisce sia agli individui che presentano il suddetto Complesso, sia a tutti quei prodotti, ampiamente diffusi nel paese del Sol Levante, che presentano contenuti sessuali espliciti incentrati su ragazze in età prepubere (Mathews, 2011).
In Giappone il Lolicon è un sotto genere dell’Hentai che comprende anime (i cartoni animati giapponesi), manga (il tipico fumetto giapponese) e videogiochi a carattere pornografico.
Con il termine “loli” ci si riferisce, invece, ad un personaggio femminile fittizio, tipico di anime e manga lolicon, dalle caratteristiche infantili e spiccatamente sessualizzato (Patrick & Galbraith, 2011).
Per quanto concerne, nello specifico, il genere Lolicon all’interno del fumetto, esistono delle apposite case editrici che pubblicano manga costituiti da storie brevi in cui vengono trattate tematiche solitamente ritenute proibite quali: relazioni tra insegnanti ed alunni, incesti tra fratelli o ancora sperimentazione sessuale tra bambini.
Lo stile di disegno presente in questi fumetti è preso in prestito da un altro genere di manga giapponese, quello destinato ad un pubblico femminile giovane, lo Shōjo (letteralmente “ragazza”), che si contraddistingue per le raffigurazioni estremamente delicate dei suoi soggetti. Una delle caratteristiche principali dei personaggi di anime e manga loli, infatti, è il loro essere estremamente “Kawaii”, parola giapponese che contraddistingue tutto ciò che è carino e grazioso.

Le ragazze, dall’aspetto decisamente molto giovane, presenti all’interno di questo genere di manga ostentano caratteristiche quali purezza e innocenza, qualità molto care al Giappone dove sono molto apprezzate e diffuse, riproponendo un ideale di infanzia che trasmetta un senso di calore e tenerezza lontani dalla realtà ostica che a volta caratterizza il paese (Younker, 2011).
Tra la fine degli anni sessanta e l’inizio degli anni Settanta, periodo in cui fa la sua comparsa il Lolicon, si sviluppa una sottocultura che, a causa del suo nome, può venire confusa con quanto concerne il Lolita Complex, stiamo parlando del Lolita Fashion.
L’unico punto in comune tra i due è la passione per il calore e la grazia spensierata dell’infanzia.
Le Lolita, e il Lolita Fashion più in generale, nascono come replica d’opposizione da parte delle giovani giapponesi all’ingresso nel mondo adulto. La società giapponese, infatti, è spesso molto rigida e pretenziosa, soprattutto nei confronti delle donne (Younker, 2011).
La ribellione avveniva tramite un rifiuto nel crescere circondandosi di cose carine e assumendo atteggiamenti infantili in nome di una concezione neoromantica dell’infanzia.
Tutt’oggi le Lolita presentano un abbigliamento distintivo composto di pizzi e merletti tipici del vestiario d’epoca vittoriana e rococò (ibidem).
Essere una Lolita per le donne giapponesi, soprattutto negli anni ottanta, quando il Lolita Fashion raggiunse il suo picco massimo, significava protestare contro i ruoli sociali estremamente restrittivi imposti dalle istituzioni, dove crescere equivaleva a perdere definitivamente la propria libertà per una vita carica di responsabilità e restrizioni (Younker, 2011).
La cultura giapponese è estremamente complessa e capita spesso di ritrovarsi di fronte a controversie difficili da dirimere.
Nel caso specifico del Lolita Complex, la libera fruizione di anime e manga a tematica lolicon ha suscitato non poche polemiche. In Giappone infatti, per molto tempo il materiale lolicon è stato reso disponibile e liberamente vendibile a chiunque lo desiderasse, minorenni compresi. Inoltre materiale di questo genere è facilmente rintracciabile in internet. Per questo motivo il governo giapponese ha ricevuto pressioni da più fronti, sia da parte dell’occidente sia dall’interno. Sono state, infatti, fondate associazioni no-profit che richiedono maggiori leggi atte a tutelare i bambini da prodotti ritenuti dannosi e contenenti materiale pedopornografico (Galbraith, 2011).
In alcuni paesi dell’occidente questo genere è stato dichiarato a tutti gli effetti pornografia infantile e per questo vietato (ibidem).

Nel 2006, in Giappone, sono state avanzate le prime proposte di legge per ridurre l’accesso ai manga lolicon proponendo il limite della maggiore età ai fruitori. La proposta è stata però accantonata fino al 2011, anno in cui si stabilì che i manga lolicon non potessero essere comprati dai minori di 18 anni all’interno dell’area metropolitana di Tokyo (Galbraith, 2011).
La questione del Lolicon rimane tutt’oggi un tasto dolente.
Il divieto di acquisto ai minorenni non stranisce soltanto perché ristretto ad una singola area, seppur nevralgica, del paese, ma anche perché esso non implica la proibizione del genere in quanto materiale pedopornografico che rimane, così, facilmente reperibile per i clienti adulti.
Prendere provvedimenti sembra essere ostico per l’ambiguità stessa del prodotto.
È molto difficile, infatti, effettuare una realistica discriminazione dell’età dei personaggi: rappresentano realmente dei giovani adolescenti o semplicemente degli adulti con caratteristiche infantili? È la graziosità stessa, tanto amata dai giapponesi e con cui vengono raffigurati i protagonisti di questo genere, ad incentivarne l’ambiguità.
L’opinione pubblica interna rimane quindi divisa.
Gli appassionati di Lolicon difendono il genere sostenendo una netta differenza tra il Lolicon stesso e la realtà. Questa categoria si baserebbe solo su elementi di pura fantasia senza alcuna corrispondenza con situazioni effettive, esattamente come qualunque altra tipologia di anime e manga presente nel paese.
Secondo i fan, il genere non ha nulla a che vedere con la pedopornografia. Essi sostengono di non essere attratti dal personaggio virtuale perché bambino, né dall’idea che questo possa corrispondere ad un bambino reale bensì dalle caratteristiche estetiche che rievocano una grazia e una delizia tipicamente infantili (Galbraith, 2011).
Alla voce degli amanti del genere si aggiungono anche quelle di alcuni artisti e case editrici che ritengono i provvedimenti volti alla censura di anime e manga lolicon una vera e propria violazione del principio di libertà di parola (Mathews, 2011).

 

A cura della tirocinante IISS: Claudia Isaia

Tutor: Davide Silvestri

 

Bibliografia:
● Galbraith, P. W. (2011). Lolicon: The reality of ‘virtual child pornography’in Japan. Image & Narrative, 12(1), 83-119.
● Mathews, C. (2011). Manga, virtual child pornography, and censorship in Japan. APPLIED ETHICS, 165.
● Trainer, R. (1966). The Lolita Complex (Vol. 54, No. 473). Olympia Press.
● Younker, T. (2011). Lolita: Dreaming, despairing, defying. Stanford Journal of East Asian Affairs, 11(1), 97-110.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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