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Lavoratori italiani: tartassati e sottopagati

Quest'anno, 161 giorni del nostro lavoro sono serviti solo per pagare le tasse. L'anno scorso ognuno di noi ha guadagnato, in media, 6. 000 Euro in meno di un tedesco.

 

La prima affermazione è contenuta in uno studio della Cgia che mostra come una famiglia italiana, tra tasse e contributi, bolli ed accise, versi all'erario, nelle sue varie impersonificazioni, nazionali e locali, un gran totale di 15.330 Euro l'anno, pari ad uno stipendio mensile di 1.277 che prenda la strada delle casse pubbliche. Un modo, forse più immediatamente comprensibile, di rimarcare come la pressione fiscale sui contribuenti italiani raggiungerà nel 2014 il record storico del 44%. Detto in modo ancora diverso, quest'anno abbiamo dovuto lavorare fino all'11 giugno a solo beneficio del fisco: 12 giorni in più di quanto abbiamo fatto nell'ormai lontanissimo 1995, come pure 6 giorni in più di quelli che dovemmo sacrificare all'erario nel 2010 e 2011.

Mentre l'Europa ci invita a riforme per abbattere il carico fiscale che grava sul lavoro, mostra tutti i loro limiti quei miseri 80 Euro rimessi nelle buste paga dei lavoratori mento retribuiti. Se l'abolizione dell'Imu aveva comportato, nel 2013, un minor prelievo di 335 Euro a famiglia, l'introduzione della Tasi e l'aumento delle aliquote Iva operato lo scorso ottobre hanno reso il carico fiscale di quest'anno lo 0,2% più pesante di quello del 2013 e quindi il più elevato della nostra storia.

A mostrarci l'altra faccia di questa medaglia, è una relazione della Fisac Cgil secondo cui il salario netto mensile di un lavoratore italiano è stato, nel 2013, di soli 1.327 Euro. Soli, perché corrispondenti ad un reddito annuo inferiore di 6.000 Euro a quello di un lavoratore tedesco. Non solo. Oltre sette milioni di pensionati devono farsi bastare meno di 1.000 Euro il mese, mentre un laureato, da noi difficilmente guadagna più di 800-1.000 Euro il mese, spesso in una condizione di precariato. Più in generale, a dimostrazione di quale sia la classe di età che più sta pagando la crisi, mentre negli anni 70 il loro stipendio era del 10% superiore a quello medio, oggi sono i giovani a guadagnare il 12% meno della media nazionale.

Un paese sempre più a misura di vecchi, il nostro, e sempre più ingiusto. Sempre negli anni '70, un dirigente guadagnava al più 20 volte un operaio; oggi arriva a portare a casa fino a 250 volte la retribuzione dei propri dipendenti. Questo mentre sono almeno 7 milioni anche i lavoratori con stipendi che non arrivano neppure alla soglia dei 1.000 Euro mensili. Effetto della crisi? Sì, ma questa non ha colpito tutti allo stesso modo. Tra aumento della pressione fiscale e scomparsa degli straordinari e dei premi di produttività, oltre che a causa della diffusione di nuove forme di contratto, il reddito annuo disponibile per le famiglie dei lavoratori si è ridotto di 8.312 Euro, negli anni tra il 2000 ed il 2013. Nello stesso periodo, il reddito disponibile per la famiglie di imprenditori e professionisti ed aumentato di 3.142 Euro.

Una somma di dati, quelli forniti durante il fine settimana dalle due organizzazioni sopra citate, che dovrebbe rendere quasi obbligate le decisioni della politica. Non si può ovviamente pensare di aumentare ulteriormente il carico fiscale, e, non potendo fare altri debiti, non si può neppure aumentare la spesa pubblica. Si può, però, riqualificarla. Renderla più efficiente e produttiva; capace di fornire ai cittadini ed alle imprese servizi all'altezza di quelli di cui godono gli abitanti degli altri paesi europei. Non si può tornare a crescere fino a che non ripartirà il nostro mercato interno, ma questo non darà il minimo segno di vita fino a che i salari resteranno tanto bassi. Per aumentarli, oltre ad un miglioramento di efficienza di tutto il sistema paese, che permetta alle aziende di restare competitive a fronte di un aumento del costo del lavoro, non si può che percorrere la strada della perequazione fiscale. Si può, anzi si deve, usare proprio il fisco per togliere un poco di più a chi ha molto e lasciare qualcosa in più nelle buste paga di chi, ormai, per il proprio lavoro riceve tanto poco. 

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