Trecentoquarantacinque. Sono i caduti dall'inizio dell'anno nella "guerra non dichiarata" dal lavoro insicuro, il più delle volte tinto di nero, ai derelitti del nostro tempo. Tinto di nero ma anche di rosso, come il sangue che continua ad essere versato con cadenza quasi quotidiana per strada, nei campi, nei cantieri. Nero e rosso che mescolandosi generano una tonalità subdolamente candida, "bianca" come la scia di morte e disperazione che lascia dietro di sè questa strage infinita.
Solo giovedì la contabilità si è "arricchita" di cinque nuove vittime e l'Osservatorio indipendente di Bologna sulle morti bianche è già lì ad aggiornare il triste bilancio. Di nuovo pronta a correggere le macabre cifre che quasi arrivano a raddoppiarsi se si prendono in considerazione pure i lavoratori deceduti per incidenti stradali nel percorso tra casa (ammesso che tutti loro l'avessero davvero una casa) e luogo di lavoro: seicentocinquanta diviene così il dato reale.
Un settore molto colpito dalle "morti bianche" è quello dell'edilizia con 98 morti (per la maggior parte giovani meridionali e stranieri), pari al 28,4% sul totale. L'agricoltura, invece, registra il 28,6% con 99 decessi, soprattutto contadini in età avanzata schiacciati da trattori senza protezione che si ribaltano travolgendoli. Già 59, da inizio anno, sono gli incidenti di questo tipo. L'industria, infine, ha finora registrato 34 morti con una percentuale del 10,8% sul totale, mentre l'autotrasporto conta 29 vittime con il 9,3%. Gli stranieri sono quelli che hanno pagato e pagano un notevole tributo alla morte famelica: 41 unità nell'anno in corso, pari all'11,8% sul totale.
La regione in testa a questa drammatica classifica è la Lombardia con 41 vittime, seguita da Sicilia, Veneto ed Emilia Romagna con 26 a testa. A dimostrazione del fatto che non c'è differenza fra aree evolute e degradate quando si tratta di sacrificare la sicurezza e la prevenzione in nome del profitto e del mito della produttività. Moltissime morti, si legge sul sito dell'Osservatorio di Bologna, sono dovute alle condizioni climatiche, soprattutto per le categorie che svolgono i lavori all'aperto quali l'edilizia, l'agricoltura, la manutenzione stradale e l'autotrasporto, e ciò conferma che la situazione è ancora più drammatica di ogni previsione. Si può consultare, in proposito, il Meteo della prevenzione e sicurezza sul lavoro.
Ai morti vanno poi aggiunti moltissimi feriti, alcuni dei quali gravemente, che - come riferisce sempre l'Osservatorio - sono costretti a non lavorare a causa delle lesioni riportate e non di rado senza nemmeno poter fruire delle tutele previste dalle leggi. Una cifra esatta, in questo caso, non esiste. È del tutto ovvio, comunque, ritenere che per gli incidenti "minori" i datori di lavoro, al fine di evitare inchieste e problemi, "suggeriscano" ai lavoratori di ricorrere a cure private e spesso approssimative.
Gli ultimi cinque caduti, quelli del 21 luglio nero-rosso-bianco-morte, sono due operai piemontesi, un giovane lavoratore dell'Alto Adige, un dipendente dell'Unicoop in Toscana e un agricoltore della Basilicata.
I primi due erano, rispettivamente, un edile di Chivasso travolto da una betoniera messa in moto da un collega mentre stava lavorando in cantiere e un operaio di Asti trovato a terra con gravi ferite, forse perchè caduto da una impalcatura anche se la dinamica resta ancora da chiarire.
Vede, gentile Daniele, se le "tragiche fatalità" capitassero solo durante il normale espletarsi del quotidiano di ognuno, al di fuori di contesti che dovrebbero essere regolamentati a monte certamente sul piano dei diritti e dei doveri ma pure su quello dei controlli e della prevenzione (in nome di quel principio e valore che risponde al nome di "legalità" e che pare da troppo tempo, almeno da tre lustri, finito nel dimenticatoio), sono come lei sicuro che le statistiche si rivelerebbero meno crude. Non sono altrettanto sicuro, invece, del fatto che sia superfluo o semplicemente "non obbiettivo" rivendicare nei confronti delle autorità preposte alla sicurezza dei cittadini (compresi i lavoratori), condizioni idonee a preservarne l’incolumità e a tutelarne la dignità. Protestare affinchè si tuteli la vita delle persone (magari non soltanto quando si tratta di un feto o di un soggetto attaccato ai fili di un respiratore artificiale), lo considero un obbligo civile oltre che un dovere morale. A prescindere dal nome dell’autorità (dal governo) di quel dato momento. Grazie per l’appunto, e auguro a tutti i lavoratori di questo nostro strano Paese, in particolare ai disperati sfruttati (immigrati, minorenni, precari, lavoratori in nero) di avere la sua stessa fortuna e/o responsabilità in quanto ad osservanza dei requisiti di sicurezza sul lavoro.
Infortunio sul lavoro questa mattina in una ditta metalmeccanica di Gonzaga
(Mantova). Una donna e’ stata investita da un carrello guidato da un collega ed
e’ deceduta.
di daniele gabas(xxx.xxx.xxx.99)23 luglio 2011 22:55
Sono convinto che le statistiche sarebbero molto meno allarmanti se,escludessimo dal conteggio tutti i casi di incidenti dovuti a negligenza,scarsa attenzione e noncuranza da parte dei lavoratori; in più mi sembra alquanto impreciso annoverare tra le "morti bianche" anche gli incidenti accorsi nel tragitto tra casa e lavoro.Se capita di svegliarsi tardi,per poi correre come pazzi per colmare il ritardo,il governo ti può fare una multa, se riesce a fermarti prima che tu ti sia schiantato,altrimenti non può prevenire il tuo infortunio.
Un lavoratore che malauguratamente travolge un collega con il muletto,quasi sicuramente risponderà che era preso dai ritmi eccessivi del lavoro,non confesserà quasi mai che stava semplicemente pensando ai fatti suoi.
Ogni anno per le vacanze estive muore un sacco di gente sulle strade,solo per andare a rilassarsi;sono tragiche fatalità che capitano anche sui luoghi di lavoro;forse il governo deve
essere in grado di scongiurare il 100% delle fatalità? Mi sembra un tantino troppo.
Personalmente lavoro in agricoltura, e posso dire che le protezioni contro gli infortuni oltre ai controlli sono più che efficaci,anzi alle volte sono così tante da renderti goffo e quindi più
soggetto ad un possibile incidente.
Ci sono quindi molti aspetti che si tralasciano per descrivere questa "strage bianca",forse
volutamente per rendere la faccenda più eclatante,forse per scarsa obbiettività.
Se mi permette un appunto,da una articolo di questo genere leggo solo un messaggio: " protestare sempre e comunque utilizzando frasi ad effetto per fare più confusione".
Considerando che negli ultimi anni è stato fatto moltissimo,per la prevenzione infortuni,ritengo che la protesta "martellante" e poco obbiettiva non sia pratica molto utile allo scopo,con il tempo perde credibilità.
Vede, gentile Daniele, se le "tragiche fatalità" capitassero solo durante il normale espletarsi del quotidiano di ognuno, al di fuori di contesti che dovrebbero essere regolamentati a monte certamente sul piano dei diritti e dei doveri ma pure su quello dei controlli e della prevenzione (in nome di quel principio e valore che risponde al nome di "legalità" e che pare da troppo tempo, almeno da tre lustri, finito nel dimenticatoio), sono come lei sicuro che le statistiche si rivelerebbero meno crude. Non sono altrettanto sicuro, invece, del fatto che sia superfluo o semplicemente "non obbiettivo" rivendicare nei confronti delle autorità preposte alla sicurezza dei cittadini (compresi i lavoratori), condizioni idonee a preservarne l’incolumità e a tutelarne la dignità. Protestare affinchè si tuteli la vita delle persone (magari non soltanto quando si tratta di un feto o di un soggetto attaccato ai fili di un respiratore artificiale), lo considero un obbligo civile oltre che un dovere morale. A prescindere dal nome dell’autorità (dal governo) di quel dato momento. Grazie per l’appunto, e auguro a tutti i lavoratori di questo nostro strano Paese, in particolare ai disperati sfruttati (immigrati, minorenni, precari, lavoratori in nero) di avere la sua stessa fortuna e/o responsabilità in quanto ad osservanza dei requisiti di sicurezza sul lavoro.