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La percentuale della miseria

Stasera ho scoperto che c’è un’interessante ricerca del CRR sui furti nei supermercati. I dati che ne emergono sono molto interessanti: nei supermercati italiani si ruba di più che in tutto il resto d’Europa, per l’esattezza i furti di questo tipo nel (fu) belpaese sono aumentati negli ultimi due anni del 4,1 % rispetto allo 0,8 % del resto del continente. Certo è che a vedere servizi su servizi di mezzi-giornalisti che si scagliano contro la tendenza criminale ascendente tentando di rosicare gli ultimi pezzettini dell’ondata securitaria messa in secca dalla marea del malessere sociale reale, verrebbe da pensare che il problema vero sta in una qualche carenza di educazione civica. Un cattivo servizio a questo tipo di ipotesi lo rende però la sequela di interviste agghiaccianti che seguono i coloratissimi grafici dei dati di cui sopra. Sullo schermo vengono rigurgitati, in mezzo a giudizi in posa costruiti ad arte, racconti di "addetti ai lavori" che descrivono il target medio dei furti incriminati: "la carne preconfezionata viene tolta dai cartoni e nascosta nelle proprie buste", "scatolette e pacchi di pasta", "rucola e parmigiano perchè sono beni che costano molto". In sintesi, cibo. In sintesi, cioè, in Italia si ruba cibo, nei supermercati si ruba per sopravvivere, si utilizza il furto come atto di disperazione che sostituisce uno stato sociale inesistente, per poter arrivare a fine mese con una pensione da fame e magari con i nipoti (se non i figli) praticamente ancora a carico perchè non esiste un lavoro stabile dentro lo stivale neppure se ti sei laureato a pieni voti. 

Ciò che è in aumento, con un trend ascendente sei volte più grande rispetto a quello europeo, è la miseria. Percentuali e numeri che non riescono più a nascondere il disagio sociale crescente dentro una crisi economica di cui il neoliberismo ha disegnato i tratti essenziali. E mentre Veltroni si attricca con Berlusconi per l’unica questione che ritiene importante nel suo modo di concepire la politica, ovvero la gestione del potere incarnata questa volta dall’elezione non programmata del senatore Villari, la gente muore di fame. I lavoratori entrano in agitazione mentre vivono la loro esistenza privati di ogni diritto e certezza, mentre i sindacati pagano il loro immobilismo con l’estromissione totale del loro ruolo. 

Sopravviviamo in un paese alla deriva, la cui unica speranza, probabilmente, è l’onda anomala studentesca e soprattutto la sua capacità di generalizzarsi. Questo post rischia di trasformarsi in un appello che non vuole essere, ma mi sento ancora di dire che per vivere non basta respirare, c’è bisogno di uno sforzo in più e che questo sforzo viene chiesto ad ognuno e ad ognuna di noi, a partire da oggi, da domani, dallo sciopero generale del 12 dicembre. 

Uscite di casa, adesso. Andate in una facoltà, in una scuola occupata. Bussate a quella porta e parlate con chi sta lottando. Quando domattina troverete, mentre andate a lavoro, il traffico bloccato da un sit-in, rinunciate ai pugni nervosi sul traffico, spegnete il motore, scendete di macchina e chiedete un volantino, unitevi a quel blocco. Il tempo per stare seduti in poltrona a pensare di poter delegare persino la protesta a qualcun’altro è finito: se non ci vediamo in mezzo alle piazze domani, ci rivedremo fra qualche giorno, con gli occhi bassi e gonfi di vergogna, in mezzo agli scaffalli di un supermercato.

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