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di Daniel di Schuler (sito) giovedì 14 aprile 2011 - 0 commento oknotizie
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La morte di Sardanapalo

Ci sono quadri che ci lasciano a bocca aperta; che ci colpiscono a prima vista e aggirando, per così dire, il filtro della nostra intelligenza critica si rivolgono con immediatezza a zone più profonde, forse più primitive, del nostro spirito.

E’ sicuramente il caso, per me, della “Morte di Sardanapalo”, una grande tela, di circa quattro metri per cinque, che Eugène Delacroix dipinse nel 1827 e che, con “la Zattera della Medusa” del suo amico ed ispiratore Gericault (Delacroix scelse “La barca di Dante” come tema del suo primo grande dipinto proprio perchè affascintato dalla Zattera) costituisce uno dei manifesti del romanticismo in pittura.

Un manifesto, come tale pensato e voluto, che Declaroix, sostenitore di una nuova pittura, memore delle lezioni dei grandi veneti e di Rubens, fondata sul colore ed i giochi di luce esprssion con vigorose pennellate, dipinse al culmine della polemica che lo opponeva ad Ingres, caposcuola del neoclassicismo, che praticava invece una pittura meticolosa, controllata, in cui primarie erano la nobiltà del soggetto e la perfezione del disegno.

Se l’esaltazione del colore era il suo obiettivo, vien subito da dire, il pittore lo ha certamente raggiunto; è proprio il colore, la grande diagonale rossa che taglia il quadro, la prima cosa che lo spettatore nota quando entra nella sala del Louvre dove l'opera è esposta.

Solo poi, una volta superato l’impatto di quella freccia scarlatta, l’occhio si sofferma sulle figure; sulle candide carni della fanciulla che, in primo piano, sta per essere sgozzata; su quelle della donna che, forse invocando pietà, si getta ai piedi del sovrano.

Il sovrano, ammantato di bianco, con la corona sul capo, adagiato in mezzo a tutto quel rosso; che il rosso pare dominare, ma da cui è, ultimamente, definito e circoscritto.

Cerchiamo di coglierne l’espressione; è già lontano. E’ una presenza - assenza, la sua. Il drama di cui è protagonista e causa prima sembra non riguardarlo: se pensa a qualcosa, è qualcosa fuori dal quadro. Pensa, e di questa chiusura è simbolo il manto che si avvolge più stretto alle spalle, a se stesso.

Irresistibilmente attratti, ci avviciniamo al dipinto. Nel farlo veniamo sommersi da un ondata di simboli e immagini; di personaggi e dettagli che occupano ogni millimetro d’un’opera straordinariamente barocca; se a Rubens avevamo subito pensato, vedendo quei grandi nudi, allo stesso fiammingo siamo ora sicuri che il pittore debba qualcosa di quella fantastica abbondanza compositiva.

A Rubens, ma anche a Veronese e alle sue straordinarie, affollate e splendenti, celebrazioni della gloria della Serenissima.

Avvicinandosi ulteriormente l’opera perde la propria unità; si suddivide in una serie d’istantanee: il cavallo bianco, dai ricchissimi finimenti, impazzito di paura e il moro che pare lo stia uccidendo; l’ancella che porta il ricco vassoio con un calice ed una brocca ancor più ricchi, l’enorme testa dorata d’elefante che orna un angolo del giaciglio del sovrano e ovunque scene di violenza. Violenza che avviene o sta per avvenire in un ambiente stracarico di tutti gli ori che la fantasia romantica può attribuire all’oriente.


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di Daniel di Schuler (sito) giovedì 14 aprile 2011 - 0 commento oknotizie
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