Lavorare come i cinesi o ribellarci come i greci
Giorgio Cremaschi
Sergio Riva aveva 20 anni ed è morto ucciso dal lavoro la scorsa notte dentro la Dalmine di Bergamo. Sergio Riva era un lavoratore precario con contratto interinale, cioè utilizzato in affitto dall’azienda siderurgica. Il contratto interinale viene in questo periodo preferito dalle aziende, rispetto ad altri contratti precari, perché riduce al minimo le responsabilità. I lavoratori interinali non sono formalmente dipendenti dell’azienda che li utilizza, sono vittime di un moderno caporalato. Per questo non hanno neppure il diritto di essere considerati esuberi, se l’azienda va male, perché non figurano neppure negli organici aziendali. Piace molto l’utilizzo degli interinali proprio per questa sua "flessibilità" e sta avendo un boom proprio nelle aziende siderurgiche, laddove le condizioni di lavoro più rischiose dovrebbero invece consigliare molta più cautela. Anche perché è continuo il rimpallo di responsabilità sulla formazione e sull’addestramento alla sicurezza tra l’azienda che affitta il lavoratore e quella che lo utilizza: tocca a te, no tocca a te, e intanto le persone rischiano. Per questo all’Ilva di Taranto la Fiom aveva rifiutato l’introduzione di lavoratori interinali, che poi sono entrati lo stesso grazie al solito, compiacente, accordo separato con Fim e Uilm. Alla Dalmine di Bergamo c’è un accordo che impone all’azienda di assumere direttamente nel proprio organico i lavoratori interinali utilizzati per più di dodici mesi. Solo che questa volta c’è stata la crisi. La Dalmine produce tubi e materiale per lo scavo dei pozzi di petrolio. Con il prezzo del barile di petrolio a 140 dollari gli ordinativi fioccavano, perché era conveniente cercare il greggio anche alle estreme profondità. Ora che il prezzo del petrolio è crollato si scava di meno, e quindi ci vogliono meno tubi. La Dalmine di conseguenza ha annunciato ai delegati aziendali che questa volta non avrebbe assunto gli interinali. Tutti gli altri lavoratori sono scesi in sciopero, però purtroppo si è solo riusciti a ottenere una proroga di sei mesi dei contratti esistenti, in attesa di tempi migliori.
E’ durante questa proroga che Sergio Riva, sotto l’evidente pressione del rischio di disoccupazione, è stato ucciso dal lavoro. La macchina infernale che ha distrutto sette vite un anno fa alla ThyssenKrupp è ancora pienamente in funzione. Anzi la crisi ne olia i meccanismi, il ricatto del posto di lavoro, la precarietà che si diffonde, la paura insomma fanno sì che il lavoratore vada allo sbaraglio nell’organizzazione del lavoro. Ma la responsabilità è sempre delle aziende, è sempre di chi guida e alimenta un meccanismo di sfruttamento feroce che con la crisi, invece che attenuarsi, si rafforza. Anche la strage della ThyssenKrupp è avvenuta in un’azienda che stava per chiudere tra lavoratori incerti del proprio futuro. La precarietà, l’incertezza del posto di lavoro uccidono. Sentiamo continuamente discorsi sul fatto che bisognerebbe rispettare di più il lavoro che è finita l’epoca dell’economia virtuale e che torna quella dell’economia reale. Tutte chiacchiere. La sostanza è che nella crisi le aziende stanno ricorrendo ai metodi più brutali per far lavorare di più e far costare di meno le persone. E’ proprio nella crisi che il legame estremo tra salario e produttività e la flessibilità e la precarietà spinti al massimo, mostrano un profilo criminale. Le imprese italiane e il governo che le sostiene, vogliono uscire dalla crisi con la più brutale competizione sulla riduzione dei costi. Di quello del lavoro, di quello della sicurezza, di quello dell’ambiente. E’ catastrofico per la nostra salute il messaggio che il governo italiano ha mandato in Europa dicendo assieme alla Confindustria: «C’è la crisi lasciateci inquinare in pace». Ambiente e persone devono essere sfruttate di più se vogliamo competere. Pochi giorni fa in un’assemblea in un’altra azienda siderurgica la Arvedi di Cremona, un operaio ha così riassunto la situazione. In fondo dobbiamo scegliere, ha detto, se lavorare come i cinesi o ribellarci come i greci. Questo è la sostanza che abbiamo difronte alla vigilia dello sciopero generale. Il segretario della Cisl sul Corriere della Sera lancia un inno alla rassegnazione sindacale, naturalmente condito da quantità industriali della parola modernità. Per Bonanni durante la crisi non bisogna scioperare, ma accettare quello che c’è e collaborare con le aziende e con il governo. E’ una proposta indecente, ma se vogliamo respingerla sul serio dobbiamo attrezzarci, oltre lo sciopero generale, per un lungo e articolato movimento di lotta. Combattere la precarietà, i bassi salari, il supersfruttamento è il primo modo per fermare la carneficina nei luoghi di lavoro.