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di Marcello Frigeri sabato 4 giugno 2011 - 1 commento oknotizie
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La democrazia elettronica sarà il male delle rivoluzioni?

Tutti esaltano la comunicazione internet, la nuova (ormai non troppo), pionieristica frontiera dell’informazione. In realtà a me sembra uno strumento sì efficace, ma pericoloso. Pericoloso perché difficile da controllare. E qui aprirò una parentesi – esco fuori tema appositamente, più avanti capirete perché -: come può una rivoluzione rovesciare un regime (che sia democratico oppure oligarchico poco importa) se il popolo non si riversa nelle piazze, se non imbraccia forconi e fiaccole – senso figurato e romantico delle rivoluzioni che furono – e non pretende furioso la testa dei grandi Re? Quale altro potere efficace ha il popolo se non quello universalmente noto di cambiare gli assetti politici attraverso la violenza (anche la guerra ha queste caratteristiche, ma è una risoluzione estrema tra le Nazioni, e non tra i cittadini e l’apparato governativo)? Nessuno altro. Dicono: la sovranità popolare del cittadino oggi è il voto elettorale. Ma questo è ovviamente una truffa: in una democrazia rappresentativa, infatti, attraverso il voto il cittadino non decide le questioni, ma decide chi deve decidere le questioni. Mi sono dilungato per dire: dall’alba dei Tempi ciò che è forza e potere è il sacrosanto diritto della Rivoluzione nelle piazze. Ecco: ho quasi la sensazione che Internet possa stravolgere questa millenaria caratteristica. Oggi la protesta nei confronti dello Stato e dei suoi oligarchi – oligarchi travestiti da parlamentari – si riduce, spesso e volentieri, nel dissenso virtuale dell’universo dei socialnetwork. Prendiamo ad esempio Facebook. Basta un “mi piace” sotto un articolo o un commento di protesta per convincere lo scontento a dire “il mio l’ho fatto”. E’ sufficiente commentare l’invito di un sit-in contro la privatizzazione delle risorse idriche con un “non potrò esserci, ma col pensiero sarò con voi” per pulirsi la coscienza da ogni passività. Oggi lo scontento contesta davanti al Pc, raccogliendo firme virtuali e spedendole, virtualmente, alle istituzioni. E’ tutta una creazione intangibile del dissenso. Non che oggi le piazze siano sempre più vuote (o forse sì?), ma in futuro lo saranno? E se lo saranno, in che modo il popolo potrà ancora una volta rovesciare i regimi e ridisegnare gli assetti politici? C’è poi il problema della conseguenza ovvia dell’utilizzo del computer come forma di protesta o di confronto, ovvero il direttismo referendario. Scriveva Sartori:

“La democrazia referendaria è un animale che non esiste ancora ma aleggia nell’aria: è un sistema politico nel quale il demos decide direttamente le singole questioni non più assieme, ma separatamente e in solitudine. E la democrazia eletteronica ne costituisce l’incarnazione più avanzata. Qui il cittadino siede ad un tavolino davanti a un computer e ogni sera, mettiamo, gli arrivano dieci domande alle quali è tenuto a rispondere “sì” o “no” premendo un tasto. Con questo sistema arriviamo all’autogoverno integrale. Tecnologicamente la cosa è ormai fattibilissima. Ma è da fare? Il presupposto e la condizione necessaria di questi sviluppi è che per passare dalla democrazia elettorale fondata sull’opinione pubblica a una democrazia nella quale il demos decide da sé ogni questione occore un nuovo demos, un popolo che sia davvero informato e competente. Altrimenti il sistema diventa suicida. Se affidiamo agli anlfabeti (politici) il potere di decidere questioni su cui non sanno niente, allora povera democrazia e poveri noi”.

Dunque, quale sarà il futuro del dissenso se questa deriva telematica ruberà spazio alle piazze?

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