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di Marcello Frigeri mercoledì 19 ottobre 2011 - 0 commento oknotizie
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Una teoria sulla violenza

In democrazia la violenza, che nel caso degli scontri a Roma ha assunto le forme della rivolta – chiamarla rivoluzione è quanto di più ridicolo -, è diventata qualcosa di pornografico, da censurare anche solo concettualmente, e dalla quale è necessario dissociarsi. Un po’ come accadeva nel ‘600 per la stregoneria: se qualcuno la nominava, o quantomeno tentava di analizzarne le caratteristiche, rischiava di essere tacciato come eretico e finiva nel fuoco.

Della violenza non se ne può parlare mai se non quando, e solo in questi casi, la si deplora. Ma condannarla ipso facto non ci permette di capirne le cause, e soprattutto non ci dà la misura giusta per capire quando è utile e quando non lo è, perché se è vero che “non uccidere” è un valore universale e dunque assoluto, uccidere il tiranno è cosa lecita. Significa che chi afferma che “la violenza è sempre da condannare”, allora non potrà che condannare qualsiasi tipo di rivolta, da quella tunisina a quella egiziana, passando per quella siriana e, più in là nel tempo, quella partigiana, tutti movimenti rivoltosi che hanno liquidato dittature non certo attraverso una raccolta di firme. Ma ovviamente l’italietta puritana fa buon viso a cattivo gioco: condanna senza se e senza ma la violenza, qualsiasi essa sia, per poi tifare contro i tiranni, per la libertà e per l’esportazione della democrazia, che come tutti sanno non si esporta democraticamente, ma per mezzo della guerra.

Correnti di pensiero, in estrema sintesi, ci dicono che una violenza giusta è quella che tenta di instaurare un diritto nuovo contro il vecchio diventato ingiusto, come risposta ad una violazione di diritti.

John Locke, padre del liberalismo, già nel ‘600 ben si guardava dalla violenza come forma impronunciabile di tabù. Scriveva: chiedere come ci si possa proteggere dal danno o dall’offesa da parte del più forte è subito giudicato espressione di faziosità e rivolta, e riteneva che il diritto del cittadino alla ribellione fosse sacrosanto qualora il potere del governo diventasse dispotico.

Sancito che la violenza non è vero che è sempre da condannare perché a volte è necessaria – e la necessità non ha legge perché è più forte di qualsiasi legge -, bisogna chiedersi se la rivolta di sabato fosse opportuna.

Se non è vero che è finita con il rafforzare il potere del governo – sulla base di cosa si sostiene questo? -, e se non è vero che ha “ucciso” la manifestazione regina – un corteo già impotente come la maggior parte dei cortei -, è vero invece che è stata una rivolta fine a se stessa, inutile nella misura in cui non ha scosso quello che gli anarchici si aspettavano di scuotere. Anche perché una rivolta interna ad un unico sistema, come quello anarchico, contro un altro sistema di potere non fa che sostituire una ideologia con un’altra, uguale o contraria, cosa da cui oggi l’Occidente si deve ben guardare. Una rivolta, infatti, è tale se abbracciata da una intera comunità, o dalla sua stragrande maggioranza, e non da una sparuta e radicale minoranza.


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Roma Violenza Manifestazione

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