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La benzina aumenta da 14,7 a 22 centesimi di euro: in Arabia Saudita per la precisione!

I dati presentati dal regno dicono che il disavanzo di bilancio ha toccato quest’anno l’astronomica cifra di 367 miliardi di riyal (98 miliardi di dollari), pari secondo stime non ufficiali al 15-16% del Pil, a causa della drammatica caduta delle entrate petrolifere (-23%).

Cose dell’altro mondo: l’Arabia Saudita chiude il 2015 con un deficit di bilancio pubblico di 98 miliardi di dollari. Lo si evince dalle notizie di stampa economica.

La causa principale è il calo del prezzo internazionale del petrolio da 120 a 38 dollari per barile. Ricordo a me stesso che un barile corrisponde a 159 litri di petrolio. 

L’Arabia Saudita – cosa inconsueta – corre ai ripari ed aumenta il prezzo della benzina alla pompa da 16 a 24 centesimi di dollaro, ovvero da 14,7 a 22 centesimi di euro per litro. Per gli italiani questo prezzo della benzina è semplicemente “da sogno”.

Va detto a tal proposito che il nostro Paese, a causa del suo bilancio spropositato e del suo debito pubblico di 2.200 miliardi di euro in perenne crescita, preleva circa un euro per ogni litro di benzina consumata, da cui scaturisce l'elevato prezzo finale al distributore. 

Il piano di austerità (di sapore squisitamente europeo) approntato dalle autorità di Riyad (Arabia Saudita) prevede anche interventi per limitare la spesa pubblica ed aumenti di imposte e tasse ivi compresa l'introduzione dell'IVA (Imposta sul valore aggiunto di merci e servizi).

L’associazione OPEC (Organization of the Petroleum Exporting Countries), che raggruppa i dodici maggiori esportatori di petrolio ha deciso da oltre un anno di non ridurre la produzione di greggio da parte dei Paesi associati. Quanto innanzi nei ripetuti incontri di vertice presso la sede ufficiale di Vienna. 

I bassi prezzi del petrolio hanno stimolato la domanda dei consumatori, ma non abbastanza da compensare l’esuberanza dell’offerta che, nella maggior parte del mondo, continua a crescere provocando l’accumulo inusuale delle scorte.



Un grosso problema di sovrapproduzione lo ha provocato lo “shail oil” americano, prodotto mediante la frantumazione idraulica forzata (fracking) delle rocce sotterranee e diretto concorrente del greggio prodotto ed esportato dai Paesi aderenti all'OPEC.
Il fracking, peraltro, agli attuali prezzi di mercato del greggio ed a quanto è dato conoscere dalla stampa specializzata, non riuscirebbe a compensare i relativi costi di estrazione e causerebbe perdite ingenti agli istituti di credito intervenuti come finanziatori.

Poiché le vendite di petrolio a livello mondiale, sono denominate in dollari statunitensi, i cambi nel valore del dollaro rispetto alle altre valute influiscono sulle decisioni dell'OPEC circa la quantità di petrolio da produrre. Ad esempio, quando il dollaro perde rispetto alle altre valute, i membri dell'OPEC ricevono minori entrate per il loro petrolio, causando dei tagli sostanziali nel loro potere d'acquisto. In questa fase storica, con il dollaro in forte ripresa rispetto all’euro, allo yen giapponese, al renminbi (yuan) cinese ed al rublo russo, i Paesi esportatori di petrolio sono in parte ripagati del danno derivante dal forte ribasso dei prezzi internazionali del loro greggio prodotto. 

Mi sbaglierò ma l’attuale situazione di bassi prezzi del petrolio a livello internazionale non durerà a lungo. Immagino che prima o poi i Paesi grandi produttori di petrolio, tra cui Arabia Saudita, Russia, Venezuela, Stati Uniti con il distruttivo sistema del “fracking”, ed altri, troveranno un accordo sulle quote di petrolio estratto dal sottosuolo ed a quel punto il rialzo dei prezzi potrebbe essere immediato e violento. 

Arabia Saudita e gli altri Paesi produttori (aderenti o meno all'OPEC) non possono sopportare in alcun modo e per periodi prolungati la decurtazione delle entrate fiscali da petrolio, a solo beneficio di tutti i consumatori di benzina, gasolio e kerosene del resto del mondo. 

Sarà l’unica soluzione percorribile, intelligente e lungimirante, tenendo anche conto dell’incalzare dell’economia verde (green economy) che va conquistando governi e consumatori, sempre più avvertiti ed interessati alla riduzione complessiva di sostanze nocive, dannose per l’ambiente e per la salute di tutti i cittadini.

Alcuni commentatori, in verità, pongono in evidenza che i bassi prezzi del petrolio servano anche a frenare le iniziative imprenditoriali in atto a livello mondiale ed i cospicui investimenti finalizzati allo sviluppo di processi innovativi e strumentazioni pratiche di “green economy”. In tal caso si profila una sfida che segnerà la storia economica mondiale dei prossimi dieci/venti anni.

Allo stato attuale ed a ben riflettere tutto il mondo, più o meno globalizzato, ha interesse a registrare prezzi internazionali del petrolio – in ipotesi 80 dollari per barile - tali da soddisfare le esigenze finanziarie dei Paesi produttori di greggio da un lato e, dall’altro, quelle dei Paesi esportatori di manufatti, impiantistica e tecnologia.

 
Questo articolo è stato pubblicato qui

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