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La Verità. Un’analisi semiotico-morale della canzone di Giuseppe Povia

(Abraham B. Yehoshua, Il potere terribile di una piccola colpa)
La Verità. Un'analisi semiotico-morale della canzone di Giuseppe Povia
A meno che non sia solo strumentale, una canzone è anche un testo, e come tutti i testi può essere valutata per quello che dice, per come lo dice, a chi lo dice e perché lo dice.
 
Il testo della canzone di Povia intitolata La verità, cantata nell’ultimo festival di Sanremo, è senza dubbio il più violento, volgare e moralmente vergognoso della storia dell’intero festival della canzone italiana. Di seguito la dimostrazione dell’assunto.
 
Già nell’apertura è chiaro a tutti dove vada a parare e quale sia la sua struttura. Nonostante davanti al microfono ci sia una persona che si chiama Giuseppe Povia, tutto il testo della canzone non è niente altro che un monologo di Eluana rivolto ai suoi genitori. Una sbobinatura del suo pensiero. La riproduzione di un suo discorso.
 
Questa non è un’inferenza dell’interprete o dell’ascoltatore/lettore, visto che il titolo stesso della canzone lo dichiara apertamente: quello che segue è la Verità; anzi, di più: è la Verità di Eluana, secondo Eluana, nella sua opinione e nei suoi pensieri. Cade così, prima ancora che sgorghi la prima nota, l’unica giustificazione possibile, il solo elemento che avrebbe salvato Giuseppe Povia, e cioè la libertà dell’artista di creare e inventare mondi (secondo lui, nella sua opinione e nei suoi pensieri).
 
Giuseppe Povia non inventa, ma scava nella cronaca; non immagina, ma cita. Per usare una distinzione molto in voga nella critica letteraria di questi anni, non fa fiction ma faction. Dopo il titolo, Eluana è chiamata subito a parlare, a prendere la parola in prima persona. Si tratta di una scelta rilevante sul piano stilistico, in quanto l’irruzione del discorso diretto, con il suo timbro emotivamente marcato, lacera il tessuto funzionale del come se. Giuseppe Povia non immagina un personaggio morto, che parla ai suoi genitori da morto. Giuseppe Povia assume il punto di vista di una persona morta, che parla ai suoi genitori da morta. Da qui nasce la domanda: cosa ne sa, Giuseppe Povia, dei pensieri di Eluana Englaro? La conosceva? A occhio, direi di no. Ha avuto occasione di parlarle? Purtroppo no, Eluana come tutti sappiamo non poteva comunicare niente a nessuno. E allora, da dove viene a Giuseppe Povia l’autorità, l’autorevolezza di pensare, scrivere e mettere in musica le parole di Eluana, la sua Verità? Chi glielo dice che Eluana sottoscriverebbe quel testo? Non possiamo saperlo, non lo sa nessuno.
 
Eluana Englaro non è frutto dell’immaginazione artistica di Giuseppe Povia, non nasce da una serie di illazioni letterarie, di proiezioni immaginarie, non è, come detto, elemento da fiction. Qualche anno fa, lo scrittore Antonio Moresco pubblicò un racconto intitolato I maiali. Era una storia su Alfredino Rampi, il bimbo di Vermicino caduto in un pozzo e da lì mai più uscito vivo. Nel suo racconto, Moresco immagina che un vigile del fuoco riesca ad afferrare Alfredino per la cintola iniziando a tirarlo su. Ma ecco che, a quel punto, Alfredino protesta, e dice che no, lui lì fuori non ci vuole tornare, preferisce restare nel pozzo lontano dai maiali. Ma chi glielo dice, a Moresco, che Alfredino non voleva uscire? Io credo eccome che il piccolo volesse scappare da lì il prima possibile. Alfredino, come Eluana, non è mai stato e mai sarà un personaggio immaginario (anche se nell’immaginario sono loro malgrado entrati: ma è un’altra storia e un altro discorso). C’è stato un essere umano, fatto di corpo e di mente, che si chiamava Eluana Englaro, e che aveva dei pensieri tutti suoi. Non avverte, Giuseppe Povia, la violenza terribile inflitta a quella persona? Non sente, eticamente, moralmente, la volgarità di attribuire a una persona che non può più dire né sì né no il peso di un testo così emotivamente denso, carico, dove si parla di amore, di verità, di vita, di dignità, temi così vasti, così complessi che noi stessi abbiamo timore, per quel che ci riguarda, a parlarne in prima persona?
 
Giuseppe Povia si appropria di una persona, del suo punto di vista, le fa dire delle cose importantissime, delle cose fondamentali, che non sa, non può sapere se quella persona avrebbe detto.
 
Ed è per questo, ci sembra ampiamente dimostrato, che la canzone intitolata La Verità è senza dubbio la più violenta, volgare e moralmente vergognosa dell’intera storia del festival di Sanremo.

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Giovanni Mistero

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