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La Somalia riparte dal via

Si dimette Abdullahi Yusuf, presidente della Somalia.

Dopo aver speso un miliardo di dollari in aiuti all’Etiopia, gli Stati Uniti sembrano rassegnati a lasciare la Somalia alla forma di autogoverno che riuscirà a darsi. La dittatura etiope ha bisogno di denaro, ma anche di uomini, per tenere sotto controllo la situazione interna e quella alla frontiera con L’Eritrea e oggi, diversamente da quanto accaduto negli ultimi due anni quando ha minacciato il ritiro per sollecitare aiuti economici americani, ha già ridotto drasticamente la forza d’occupazione inviata in Somalia a poco più di duemila uomini. L’ONU ha sollecitato una missione internazionale per sostituire gli etiopi, ma non si fa avanti nessuno, nemmeno dall’Africa. Il governo somalo imposto dall’Occidente ha ormai perso quel poco di controllo del paese che aveva guadagnato con la forza etiope alle spalle ed è lacerato dalle divisioni.

Il presidente Yusuf, dopo aver licenziato il primo ministro Nour Hassan Hussein contro il volere degli sponsor e dopo che il Kenya ha varato sanzioni verso la sua persona, ha dato le dimissioni. Pareva che Yusuf non avessel’autorità legale per dimettere d’imperio Nour, ma si tratta di questioni molto discutibili. L’attuale Governo Federale Transitorio è una creatura strana. Il parlamento somalo che lo sostiene fu concordato nel 2004 durante una riunione in Kenya di signori della guerra e capi somali, ma secondo i resoconti di matrice occidentale sarebbe addirittura “eletto”.

Le ultime elezioni in Somalia sono però precedenti al 1991, anno del collasso dell’entità statale somala e proprio il GFT, che non aveva mai governato, ha sostituito il governo delle Corti Islamiche che sul finire del 2006 si era formato e aveva preso il controllo della Somalia, realizzando la prima parentesi di pace e di controllo centralizzato del territorio da quasi due decenni. L’intervento etiope ha messo fine all’esperienza, ma in due anni d’intervento il GFT non è mai riuscito ad affermare il proprio potere, finendo anzi per l’essere identificato come collaborazionista dello storico nemico etiope al soldo di Washington. Se da un lato Condoleeza Rice continua a proporre azioni militari sul suolo somalo per stroncare la pirateria, il ministro della difesa Gates, che lavorerà anche per l’amministrazione Obama, ha però già fatto capire chiaramente che non se ne parla, suggerendo ai capitani dei vascelli attaccati di dare gas quando i pirati attaccano. Il vento è girato anche a Washington e ad Adis Abeba ne hanno preso atto.

Frustrate le ambizioni statunitensi, etiopi ed anche quelle keniote, per la Somalia il futuro si presenta come la ripresa di una storia interrotta due anni fa dalla “Guerra di Natale”. Le Corti islamiche si preparano a riprendere il potere e forse il presidente Yusuf stava solo cercando di salvare la propria posizione, che è anche quella di presidente della regione semi-autonoma del Puntland, dove peraltro le cose non vanno troppo bene.

sherifahmedA Mogadiscio è ritornato lo sceicco Sharif Ahmed (nella foto), per la prima volta dall’arrivo degli etiopi il leader dell’Unione delle Corti Islamiche torna in patria godendo evidentemente di garanzie non troppo pubblicizzate. Se la diplomazia internazionale sta cercando di arrangiare un “accordo di pace” tra le fazioni somale, è scontato che i rapporti di forza definitivi si chiariranno nella pratica politica una volta che le forze d’occupazione avranno lasciato il paese, tanto più che ai colloqui non partecipano molte fazioni islamiste e parecchi warlord. Lo stesso sceicco Hassan Aweys, concorrente interno alle Corti di Sharif Ahmed ha accusato quest’ultimo di stare dalla parte dei nemici per la sua disponibilità al confronto con il resto delle forze somale.

Dopo due anni di battaglie quotidiane sembra quindi chiudersi il terzo fronte aperto dagli Stati Uniti sotto il brand della War on Terror. Come Afghanistan ed Iraq anche la Somalia è stata un fallimento, dopo due anni di occupazione le truppe etiopi si lasciano dietro una decina di migliaia di vittime, la conclusione della distruzione di Mogadiscio e metà della popolazione somala sfollata e a rischio di morte per fame. Curiosamente in questi due anni hanno fatto molto più rumore le gesta di pochi pirati somali che le stragi di civili e la pietosa situazione dei rifugiati. Mentre gli appelli dell’ONU ai donatori non raggiungevano nemmeno i media occidentali, qualsiasi azione dei pirati è stata coperta edizione dietro edizione da tutti i media.


La pirateria scomparirà se i Somalia riuscirà a costituirsi un governo, poco importa se a maggioranza islamica o no, ma sfortunatamente l’abbandono etiope non scoraggerà i paesi vicini e le potenze straniere dal cercare di ingerire nelle vicende somale, mettendo a rischio una stabilizzazione del paese che tutti gli attori coinvolti sembrano subordinare alla presenza di un governo di proprio gusto. Vale la pena di ricordare che l’invasione etiope è stata legittimata a posteriori dall’ONU, dopo che il dittatore etiope Zenawi aveva giustificato l’intervento dicendo che il suo paese era minacciato da un’imminente invasione dei somali islamici, una fotocopia dell’intervento americano in Iraq, stesse giustificazioni, stessa “guerra preventiva”, identica “lotta al terrorismo” che non c’era nel paese.

Dal 2009 la Somalia chiuderà la sanguinosa parentesi dell’invasione etiope e potrà riprendere il cammino verso la faticosa autodeterminazione, sperando che la crisi dei propri nemici conceda il tempo per dare al paese un governo degno di questo nome.


Nota.

Non è un caso che il Segretario Generale dell’ONU Ban Ki Moon abbia negato la possibilità di un intervento di peacekeeping dell’ONU dicendo che "There’s no peace to keep".
Per chi avesse dubbi sulla legittimità e rappresentatività del GFT e del parlamento "eletto", valga la postilla che BBC aggiunge a -tutti- i suoi report sulla Somalia: "
Somalia has not had a functioning national government since 1991."



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