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La Sicilia, gli ultra-corpi e una politica che deve uscire dal "buco nero"

Gli ultra-corpi sono tra noi. Un gruppo di contabili provenienti da un’altra galassia si è impossessato delle sembianze dei nostri politici. Non c'è altra spiegazione al modo in cui Alfano, Bersani, Casini e compagnia hanno commentato i risultati elettorali siciliani, disquisendo di punti percentuali, di alleanze presenti e future, e di beghe interne ai propri partiti.

La realtà di cui dovrebbero rendersi conto è che dalle urne non è uscita alcuna maggioranza in grado di cambiare le cose siciliane, né verosimilmente uscirà se le elezioni saranno ripetute tra pochi mesi. È esattamente quello che accadrà quando si voterà per rinnovare il Parlamento. Usando formule alchemiche, calibrando le alleanze col bilancino, si potrà forse arrivare ad avere un governo che goda della fiducia del 51 o 55% delle Camere, ma sarà un governicchio, buono al massimo per reggere il timone del paese col bel tempo. L’Italia, invece, come la Sicilia, sta affondando; Monti ha fatto quei pochi rappezzi che gli sono stati consentiti, ma il paese fa ancora acqua e per ricominciare a navigare avrebbe bisogno di un lungo periodo in cantiere. Lo può negare solo chi non alza gli occhi dal proprio ombelico; chi non confronta le penosa navigazione del nostro ultimo trentennio con quella del convoglio degli altri paesi sviluppati: sempre più lontani, sempre più altro, da noi.

Il dibattito politico di questi mesi lascia esterrefatti. Nessuno va oltre il solito rimescolìo di nomi e sigle, oltre le sterili polemiche sul proprio e altrui essere più o meno di destra, sinistra, sopra o sotto. Nessuno ha il coraggio di dire chiaro e tondo agli italiani che o si cambia o si muore; tutti sembrano promettere una qualche forma di impossibile restaurazione. Tutti si fanno garanti dello status quo. Un comportamento assurdo, visto qual è questo stato delle cose, che diventa l’unico possibile, se si ragiona in chiave elettoralistica, in un paese di vecchi che non guardano oltre il presente e di categorie che vogliono solo vedersi garantiti i diritti o privilegi (compresi quello di lavorare se se la sentono e di pagare le tasse se e quanto vogliono) di cui godono da sempre.

Farci ripartire richiederebbe, invece, una profonda revisione di tutto il sistema. Vanno smantellati ordini e corporazioni, per aprire la nostra società prima che il nostro mercato. La politica deve uscire dall’ordinaria amministrazione delle società pubbliche. La burocrazia deve essere ridotta. Il pubblico impiego (e ancora, e sempre, non parlo di scuola e sanità) deve diventare produttivo quanto quello di un normale paese sviluppato. Si devono far pagare a tutti le tasse e, d’altra parte, va semplificato il nostro fisco. Questi, nel loro insieme, sono obiettivi sui cui concorda la maggioranza degli italiani, ma che per essere realizzati comportano, uno per uno, lo scontento di quasi tutti. Ad occuparsene, non può essere un governo con una risicata maggioranza in parlamento e una sostanziale minoranza nel paese, come la prossima giunta siciliana. Dovrà essere qualcuno di cui si fidi la maggioranza degli italiani e che sia sostenuto, in parlamento, da quasi tutti: Monti, o uno che gli somiglia. Un altro tecnico? Se i migliori italiani, i Padri Costituenti, dopo lunghe riflessioni, hanno previsto che il presidente del Consiglio possa essere chiunque, scelto dal Presidente della Repubblica, goda della fiducia delle Camere, un motivo ci sarà stato. Avranno avuto in mente una crisi grave quanto quella che stavano affrontando loro, mentre cercavano di ricostruire il Paese. Avranno pensato a tempi duri; come i nostri.

E la politica? Si riscostruisca. Punto. Il prossimo Parlamento sia l’anticamera di un’Assemblea Costituente, eletta col più puro dei proporzionali, che risolva i problemi istituzionali lasciati aperti dalla Prima Repubblica e rimuova i pasticci combinati dalla Seconda. I politici tornino, soprattutto, a guardare al futuro. Nichi Vendola ha detto, delle elezioni siciliane: “Quando l'astensionismo supera la metà dell'elettorato vuol dire che la politica nel suo complesso è finita in un buco nero”. Un buco nero da cui può uscire guardando già oltre la crisi: ne usciremo, prima o poi, ma resta da decidere verso quale direzione; che paese vogliamo diventare. E qui ci si divide tra destra e sinistra? “Le differenze sociali cominciano ad agire molto presto”, scriveva Hugo ne “I Miserabili”. Un paese può dirsi civile solo se le differenze sociali cominciano ad agire nell’età adulta; se a tutti i giovani sono garantite le stesse opportunità (e agli adulti le stesse responsabilità). Questo è un punto fermo tanto di un liberalesimo correttamente inteso quanto delle tradizione socialista. Solo un passo, per chi sogna un mondo senza classi? Un obiettivo talmente lontano dalla realtà italiana da non poter certo essere raggiunto nello spazio di una legislatura. Certo che se, magari forti di un grasso 3% appena conquistato in Trinacria, si preferisce sognare…

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