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La Radice e la Foglia: sullo Stato dell’informazione

Il punto è che le funzioni che questi personaggi coagulano in sé corrispondono alle due anime dello Stato, anche nell’era della pace come esportazione del conflitto, dove all’analisi si sostituisce un blando pietismo televisivo. La Foglia, infatti, rappresenta l’autorità sulla quale ricade la responsabilità di sintetizzare le istanze della comunità e riportarle alla coesione. La Radice, invece, indica ciò che allo stato non deve essere imputato, pena la sua delegittimazione, ma che consiste delle azioni che a fondamento della sicurezza (e degli interessi) della comunità sono inderogabili.

La mente visionaria di Masashi Kishimoto, mangaka giapponese, è riuscita in molti colpi da maestro, durante lo svolgimento della sua più importante opera, Naruto.

Una fissa da nerd chiusi in casa con pc in una mano e cellulare nell’altra, direte voi. Tutto il contrario. Fisse da politologi, semmai, perché nel corso della storia Kishimoto pone alcune perle di dinamica politica, in specie dei movimenti paramilitari/terroristici di efficacia straordinaria1.

Quest’oggi, però, vorrei cominciare analizzando un’ulteriore nodo focale dell’opera (a questo punto sarà chiaro il perché del mio utilizzo di tale termine). Il nodo in questione è quel del dualismo tra ciò che dello Stato deve essere alla luce e ciò che invece deve essere, ma nell’ombra. Tale dialettica è simbolizzata dai personaggi di Sarutobi Hiruzen e Shimura Danzo. Ora non focalizzatevi sui nomi, che al fine dell’articolo non apportano nulla, se non una certa dose di esterofilia ed eleganza.

Il punto è che le funzioni che questi personaggi coagulano in sé corrispondono alle due anime dello Stato, anche nell’era della pace come esportazione del conflitto, dove all’analisi si sostituisce un blando pietismo televisivo. La Foglia2, infatti, rappresenta l’autorità sulla quale ricade la responsabilità di sintetizzare le istanze della comunità e riportarle alla coesione. La Radice3, invece, indica ciò che allo stato non deve essere imputato, pena la sua delegittimazione, ma che consiste delle azioni che a fondamento della sicurezza (e degli interessi) della comunità sono inderogabili.

La domanda a questo punto è: cosa siete disposti a tollerare, affinché il vostro mondo continui a ruotare? La questione, infatti, ruota attorno a questa domanda, fino al parossismo dell’uccisione del traditore, paventata dal film The Beach, di Danny Boyle, al fine di mantenere viva la nostra piccola utopia di massa. Un parossismo, poi, fino ad un certo punto, in quanto è di fronte agli occhi di tutti il terremoto che si può scatenare, qualora una piccola scheggia impazzita vada a lacerare il velo di segreto, esponendo alla comunità ciò che si deve fare, affinché tutto sia salvo.

È accaduto nel momento in cui qualche piccolo indiano della CIA è stato colto con le mani nel sacco per il rapimento dell’Imam Hassan Mustafa Osama Nars, più noto alle cronache con il nome di Abu Omar4 (nella foto), aggravato, inoltre, dall’accusa di tortura5.

Alla fine del processo, una cospicua somma - totalmente a carico degli americani - ha permesso che si mettesse a tacere la storia6. Il ruolo di Pio Pompa e Luciano Seno, però, ha evidenziato l’esistenza di un’attività, se non altro, di appoggio ai servizi americani, retrocesso ad un mero concorso in rapimento, nonostante in primo grado il giudice Oscar Magi ammonisse: “L'esistenza di una autorizzazione organizzativa a livello territoriale nazionale da parte della massime autorità responsabili da parte del servizio segreto Usa lascia presumere che tale attività sia stata compiuta quanto meno con la conoscenza (o forse con la compiacenza) delle omologhe attività nazionali, ma di tale circostanza non è stato possibile approfondire le evenienze probatorie (pur esistenti) per l'apposizione - opposizione di segreto di Stato da parte delle attività governative italiane7.

Attività e Segreto di Stato. Questa dualistica, al di là delle conseguenze procedurali ed etiche, sulle quali si possono fare diverse valutazioni, riportata sul piano simbolico è potentemente significativa. Le parole di Magi, infatti, hanno come presupposto l’apposizione del Segreto di Stato, appunto, causa, secondo il magistrato, dell’impossibilità di giudicare il ruolo del Sismi (n.b. servizio d’informazione italiano fino alla sua sostituzione, nel 2007, con l’attuale Aise).

La Radice è una sostanza accettabile della quale nutrirsi? E se l’organismo rifiutasse tale nutrimento, potremmo noi costringerlo a sostentarsene al fine di mantenerlo in vita? E ancora, di quali metodi saremmo disposti a fare uso, al fine di raggiungere tale scopo?

Sia chiaro, non si tratta di dietrologie, né di beceri complottismi. La questione, rozzamente ridotta a “ragion di stato”, pone un preciso problema di sostenibilità del segreto, specie e soprattutto in una società ad oggi definita - ironia della storia - Società dell’informazione. Perché, se oggi l’informazione è il potere, la gestione del segreto (che, sottolineo, non ha nulla a che fare con il mistero8), tocca corde sensibilissime degli equilibri istituzionali. Sfugge, infatti, alle ordinarie dinamiche di indicazione del rischio, ma non ai conseguenti trasferimenti dello stesso, senza che ad essi ne consegua una proporzionale sanzione. Intendo dire che in capo al Ministero dell’Interno, in capo ai corpi d’élite delle forze dell’ordine, in capo alla diplomazia non confluisce alcun potere derivato dall’additare un rischio incombente, come accade al Parlamento, ad esempio9. Rimane intatta, invece, la gestione parziale del rischio stesso, e quindi la possibilità di trasferirlo dove ritenuto più opportuno10.

Si crea, insomma, una zona grigia dello Stato, un non-luogo, nel quale, in sostanza, legge ed etica perdono qualsiasi rilevanza (un po’ come nelle commissioni parlamentari).

Il conto non è neanche indagare su quale sia l’opportunità da tutelare, quanto comprendere fino a che punto l’accettazione di una convivenza civile rischia di necessitare di una ragione per violare le norme che la stessa convivenza impone. Una civiltà, insomma, che della negazione della civiltà stessa fa la sua origine. Su questo corto circuito, in fondo, su questo foglio in bianco della violazione, fa presa la collusione mafiosa, che nella sua essenza è punto di contatto tra Stato e Anti-stato, tra Sistema e Anti-Sistema.

Di questa radice dobbiamo dare spiegazione, perché funzionale ad un organismo che per nostra scelta ha come suo principale scopo l’abolizione dell’altro, la negazione dell’istanza extra-nazionale, al fine di salvaguardare le nostre capricciose istanze.

Abu Omar è un fiancheggiatore del terrorismo, un Imam che operava in una delle città più grandi d’Italia. Agli occhi di un servitore dello stato, estirparne la propaganda alla radice è un atto d’amore verso i suoi connazionali. Agisce per il bene. Lo rapisce:

Un uomo che parlava Italiano lo avvicinò', identificandosi come agente di polizia e chiedendogli di esibire i documenti. Subito dopo gli venne spruzzata una sostanza in bocca con una bomboletta spray; successivamente Abu Omar venne spinto con violenza dentro un furgone bianco11.

Poi Abu Omar viene portato in Germania, e di lì al Cairo:

Secondo il suo racconto, una volta giunto al Cairo, agenti della sicurezza egiziana lo portarono in un edificio da lui in seguito identificato come la sede centrale dei servizi segreti. In una lettera dal carcere egli dichiarò di essere stato torturato per oltre 12 ore al giorno per sette mesi, di essere stato "crocifisso" su una porta metallica e su una struttura di legno chiamata el-arousa (la sposa), dove gli furono inflitte scariche elettriche e percosse, e di essere stato picchiato così duramente da aver perso l'udito da un orecchio.”12

Ciò che rende necessario tutto questo, affinché abbia un significato13, è che Abu Omar può detenere informazioni, può essere pericoloso, può rappresentare una minaccia per tutti (noi). Questa è la risposta che ribatte alle questioni morali, di fronte a questo invisibile che si delinea dove gli occhi non vogliono arrivare. Questa spirale del “cos’avrebbe fatto se…” è, ad oggi, la questione focale dell’anti-terrorismo, questa iperfetazione di nemici, unica metodologia dove la globalizzazione pone il rischio del disgregarsi degli stati. Se io torturo, tante persone saranno salve? Se io ottengo quest’informazione (e quindi il conseguente potere), allora lo stato avrà sventato una minaccia mortale?

La risoluzione di tale corto-circuito dev’essere la sorgente dalla quale inibire alla radice la possibilità che nella “zona grigia” finisca una tolleranza dell’orrore, perché finalizzato alla salvezza di tutti. La domanda, tutt’ora irrisolta, permane: cosa siamo disposti a tollerare?
_

1 Al riguardo cito solo alcuni personaggi epici: Uchiha Itachi, Deidara, Hidan e soprattutto Pain.

2 Konoha, indicativamente, è il nome dello stesso villaggio di cui è capo Sarutobi.

3 La Radice, altrettanto indicativamente, ha la funzione di forza d’élite nel villaggio di Konoha.

8 Mistero, infatti, è il cronachistico livore verso il mostro, di cui siamo imbevuti, e a questo è indifferente alcuna valutazione di significatività. L’importante, infatti, è intrattenere, far giocare il pubblico con il freak di turno, prima di, simbolicamente, sgozzarlo per il suo divertimento.

9 Non mi riferisco qui, ad una questione di rappresentanza, ossia al fatto che il parlamento “risponde” agli elettori, mentre i ministeri no. Il riferimento è all’oggetto dell’attività del Parlamento, che in linea di massima non risponde a logiche di sicurezza interna, gestione della violenza politica o del Terrorismo.

10 L’analisi della cosiddetta Risikogesellschaft (Società del Rischio), ad oggi, ha come riferimento cardine l’attività di Ulrich Beck. Particolarmente significativo, a mio parere, è il suo recente lavoro Conditio Humana: il rischio nell’età globale (2008).

11Il caso Abu Omar” su Amnesty International

12Il caso Abu Omar” su Amnesty International

13 Significato inteso come rapporto causa-effetto, non chiaramente come giustificazione morale.

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