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La Città: il luogo privilegiato delle opinioni differenti

La dimensione architettonica delle città ci appare sempre più come uno spazio statico. L’integrazione con la dimensione umana viene spesso ridotta al puro adattamento di quest'ultima. Complice il prevalere della dimensione affaristica, se non speculativa, degli interventi, si rischia di perdere una visone complessiva del fenomeno. Rossana Gabaglio è ricercatore di Restauro presso la Facoltà di Architettura Civile del Politecnico di Milano, che si occupa di conservazione, tutela e valorizzazione del costruito esistente, abbiamo chiesto a lei d'intervenire sull'argomento. 

É impressione comune che la città, nonostante l’abitudine dell’uomo contemporaneo a viverci o comunque a frequentarla, sia qualcosa che tende sempre più a sfuggirci, divenendo impalpabile ed estranea. Come può aiutare la sua attività ricerca?

Lo scenario urbano contemporaneo ci appare spesso il teatro dove contrasti, tensioni e discontinuità si esprimono: ma le componenti differenti (storica, architettonica, fisica, economica, sociale, etc.) sono solo apparentemente in contraddizione ed in competizione l’una rispetto all’altra. La sfida che siamo chiamati a cogliere è quella di imparare a riconoscere che queste dimensioni sono tutte necessarie ed insostituibili, e come tali vanno rispettate e valorizzate.

Nei suoi scritti lei fa riferimento all’Ipercittà.

La nozione di "Ipercittà", coniata da Corboz nel 1994, nasce proprio dalla consapevolezza del carattere di sovrapposizione che contraddistingue il fenomeno urbano, come un documento scritto con note a margine e appunti vari che rimandano- basta averne la curiosità- a percorsi e letture trasversali. Proprio come un ipertesto, dunque, l’ipercittà non ha una struttura lineare e univoca: è il risultato di una moltitudine di scelte succedutesi nel tempo, che obbediscono a logiche differenti. Conoscere ed intervenire sulla città esistente significa quindi riconsiderare i termini della questione: l’obiettivo non è ricercare armonia e unitarietà ma ri-conoscere e rispettare il molteplice.

Ma vero è anche che ci troviamo sempre più di fronte a città che sembrano la fotocopia una dell’altra. E in che modo possiamo cogliere questo carattere molteplice della città?

Prima di tutto essere consapevoli che il costruito è un sistema complesso: l’azione conoscitiva deve essere basata sull’interazione dei suoi aspetti, senza che uno di questi prevalga sugli altri. L’unico atteggiamento possibile, che passa anche attraverso la costitutiva incertezza della comprensione, è quello del rispetto. Alla luce di queste nuove premesse, l’obiettivo della conoscenza non è più ricondurre il reale ad un fenomeno semplice ma riconoscerne l’effettivo carattere intrinseco; essere consapevoli che esistono degli ambiti che non sono riducibili, né semplificabili, pena la loro astrazione. Se la complicazione è un ostacolo, la complessità è una ricchezza. La città è il luogo dove i differenti modi dell’abitare hanno lasciato segni indelebili, spesso contraddittori; è il risultato di un processo di accumulazione, un’enciclopedia materiale che ci parla del passato e di tutte le trasformazioni che hanno permesso al trascorso di modificarsi e giungere fino ai giorni nostri.

Entrano, quindi, in ballo anche altre discipline e soprattutto le difficoltà di trovare una sintesi.

L’interpretazione della città esistente, se frutto di un percorso effettivamente responsabile, richiede infatti l’utilizzo di molte variabili e l’accettazione del fatto che anche una pluralità di punti di vista- e quindi di chiavi di lettura- non ne consente una comprensione integrale: esiste sempre un grado di imprevedibilità che non può, ma soprattutto non deve, essere ridotto in schemi rigidi, chiusi e definitivi. Se diventiamo consapevoli che non esiste una sola verità di un evento, né un suo singolo significato, allora è necessario rispettarlo nella sua molteplicità senza ridurlo né obbligarlo ad assumere le forme della nostra visione: dobbiamo mantenerlo come ‘luogo’ privilegiato delle opinioni differenti, senza limitarlo ad una tra le sue possibili letture o interpretazioni, tutte allo stesso modo utili e necessarie, conservandolo dunque nelle sue potenzialità. Osservare, premessa necessaria per qualsiasi intervento consapevole sulla città esistente, significa quindi cercare e trovare il senso profondo che spesso si nasconde dietro il “non-senso” apparente, che si cela sotto la fitta rete di caratteri ed elementi strettamente correlati tra loro, e mettere in luce la molteplicità dei comportamenti, delle reazioni e dei risultati apparentemente irrazionali e contraddittori.

Insomma un approccio identitario alla realtà urbana.

Di un’identità, da non confondere con la sua immagine, che non è definitiva, assoluta e statica ma ha un carattere dinamico, in continua mutazione. La città esistente, infatti, racchiude in sé, potenzialmente, tutti i mondi possibili ed il loro rapporto con quello reale, ovvero tutti i futuri possibili a partire dalla sua specificità. E’ a partire da queste premesse che è possibile affrontare la questione del progetto per il costruito, ovvero la sua trasformazione. La città che abitiamo è il risultato della relazione di complementarietà, e contemporaneamente di antagonismo, tra il rispetto dell’identità e le esigenze di rinnovamento: un rapporto imprescindibile tra il permanere della dimensione storica, della storia scritta sui muri, e lo sguardo che tende al futuro che deve permettere, attraverso le necessarie trasformazioni, di conservare la ricchezza del patrimonio architettonico e tutte le sue possibili e divergenti letture.

Un approccio che diventa anche una sfida, un impegno per il prossimo futuro. Mi sembra di aver capito che occorre stabilire i limiti della compatibilità della crescita e dello sviluppo urbano.

È sempre difficile, e forse neanche lecito, stabilire dei limiti: forse può essere utile, per chi è chiamato ad intervenire sulla città, considerare l’esistente non più come un ingombrante vincolo che limita l’azione progettuale, ma come un’opportunità che la stimola e la arricchisce. Il nostro modo di abitare trasforma e modifica continuamente ciò che abbiamo ricevuto dal passato, lasciando un ulteriore segno che si aggiunge alle numerose testimonianze già presenti: abbiamo il dovere etico di permetterne la trasmissione al futuro, in modo tale da favorire, nel tempo, le possibili, dissonanti, letture. Conservare la complessità è dunque un atto epistemologico dovuto, un segno del rispetto verso la città esistente e un dovere etico che guida la costruzione del suo futuro.

Bibliografia minima

Calvino I., Le città invisibili, Einaudi, Torino 1979

De Certeau M., L’invenzione del quotidiano, Edizioni Lavoro, Roma 2001

Gabaglio R., La città tra permanenza e mutazione, Quaderno n. 20 del Dottorato in Architettura, Urbanistica e Conservazione dei Luoghi dell’abitare e del paesaggio, Politecnico di Milano, Clup Editore, Milano 2008

Tagliagambe S., L’albero flessibile: la cultura della progettualità, Dunod, Milano 1998

Viganò P. (a cura di), A. Corboz, Ordine sparso. Saggi sull’arte, il metodo, la città e il territorio, Franco Angeli, Milano 1998

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