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La Turchia sta soppiantando l’Unione europea in Bosnia ed Albania

Cent'anni fa l'Impero Ottomano, dopo la sconfitta nelle guerre balcaniche, abbandonava la regione.

Non solo, come superficialmente si sarebbe portati a ritenere, la comune religione musulmana sta inducendo la Turchia a rientrare come media potenza di riferimento negli interessi di Albania e Bosnia, ma ad attrarre Sarajevo e Tirana verso Ankara ed Istanbul è soprattutto il desiderio di affrancarsi (il discorso vale soprattutto per "la Terra delle Aquile") da un'atavica povertà ed uno stato di sottosviluppo che si ritiene possa essere vinto legando il proprio destino ai continui successi che, sotto il profilo economico, la Turchia continua a conseguire.

La grande Nazione nata dalle ceneri dell'Impero Ottomano continua infatti ad incrementare, in questi anni di profonda crisi economica globale, il proprio Prodotto Interno Lordo ad una media superiore al cinque per cento annuo. Una chimera assai appetibile per paesi poveri come Albania o Bosnia, uscita con le ossa rotte dalla spaventosa guerra civile, combattuta tra musulmani, croati cattolici e serbi ortodossi, conclusasi nell'ancora vicino 1995.

Certamente sia Tirana che Sarajevo continuano a ritenere la loro integrazione nell'Unione europea come un traguardo irrinunciabile ma ritengono che la vecchia Europa a quindici sia ancora un po' troppo schizzinosa nei confronti dell'ex Europa dell'Est per poter ispirare completa fiducia. A Sarajevo non si dimentica, poi, che la tremenda strage di uomini musulmani a Srebrenica fu permessa ai macellai serbi del generale Mladic proprio dai militari olandesi, provenienti cioè da un membro fondatore dell'Unione, oggi molto impegnato ad impedire a Romania e Bulgaria l'accesso allo spazio comune senza frontiere interne denominato "Spazio Schengen".

In mezzo a tanta diffidenza nei confronti di Bruxelles e alla paura di ritornare nella sfera d'influenza della rinnovata potenza russa, impersonata dai sogni imperialistici di Vladimir Putin, che vorrebbe arrivare a bagnarsi i piedi in Adriatico, si è abilmente insinuata la politica estera del Ministro turco Davutoglu a cui il Premier Erdogan, a capo di un partito islamico moderato, l'Akp, che quest'anno festeggia i dieci anni ininterrotti di permanenza al potere, ha chiesto di riconquistare, almeno economicamente, i Balcani occidentali, non disdegnando qualche puntatina in terra di Romania e Moldavia, da sempre il sogno proibito di Istanbul.

Le linee aeree turche già hanno acquisito una decisiva quota minoritaria di quelle bosniache e si stanno accingendo a comprare quelle serbe, le Jat. Importanti imprese di costruzioni del paese islamico, poi, stanno costruendo chilometri e chilometri di moderne autostrade in Albania, Bosnia e Montenegro mentre le principali banche di Istanbul sono già penetrate in Romania e Grecia. Approfittando dell'emergenza economica che interessa queste due Nazioni dell'Unione Europea, anzi, lasciandosi alle spalle ataviche rivalità, la tigre economica turca sta cercando di penetrarvi in modo sempre più incisivo al fine di sfruttare questo Cavallo di Troia lanciato a piena velocità verso il cuore dell'Europa.

Ankara sta pure trasformando il porto commerciale di Istanbul in un moderno nodo di confluenza delle maggiori "Autostrade del Mare" del Mediterraneo orientale e cioè principalmente quella proveniente da Trieste e quella che parte per Costanza, città rumena sul Mar Nero, da dove poi, approfittando dell'Asta fluviale del Danubio, per un complesso sistema di canali e fiumi in pochi giorni le merci sono in grado di giungere sino a Rotterdam e Bruxelles.

L'Unione Europea, che dopo tante promesse ora sta tenendo alla larga proprio la Turchia, imbalsamata com'è dalla diarchia Merkel - Sarkozy sta a guardare non accorgendosi della sempre crescente influenza turca nel suo Sud- Est. Ankara d'altronde in questo modo cerca di frenare le ambizioni russe sui Balcani, ma il pericolo è che oltre a quella economica in quelle terre si radichi, anzi ritorni, una forte influenza culturale di origine islamica, come ai tempi dell'Impero Ottomano, fonte prima dell'arretratezza di Stati come Albania e Bosnia.


 


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