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L’informazione al tempo di Twitter

I giornali sono zeppi di articoli che presuppongono, da parte del lettore, la conoscenza di tutti i retroscena del fatto e della terminologia specifica del settore a cui si riferiscono.

A.B., geniale fisico dalle idee assai originali, non solo nel suo campo di studi, è tra i pochi amici italiani che conservo.

A lui devo la "legge della conservazione della difficoltà", sua derivazione in campo linguistico di quella della conservazione dell'energia, che afferma, semplicemente, che la somma delle difficoltà da superare per trasmettere un'informazione è costante; vale a dire che si può spiegare qualcosa con poche parole difficili o con molte parole semplici, ma non con poche e semplici parole.

E' una legge la cui validità è facilmente verificabile, ma che, nell'epoca delle televisione, i politicanti e non solo hanno preferito ignorare. Negli ultimi decenni, mentre la capacità d'attenzione del pubblico scemava, hanno preteso di condensare la soluzione di problemi complessi nelle poche parole del titolo di un telegiornale. Il risultato è che il dibattito politico si è ridotto, nel migliore dei casi, a scambio di aforisimi. Più spesso, i vari capoccia dei nostri partiti se ne escono con frasi di sconcertante banalità; in generale sono talmente ermetici da essere, in realtà, incomprensibili.

Se il giornalismo televisivo, con i ritmi imposti dal proprio mezzo, è tra le cause di questo fenomeno, quella della carta stampata si è adeguato. I giornali sono zeppi di articoli che presuppongono, da parte del lettore, la conoscenza di tutti i retroscena del fatto e della terminologia specifica del settore a cui si riferiscono. Che sappia, detto altrimenti, già praticamente tutto.

E' un modo di fare pseudo-informazione o un'informazione per pochi eletti, per i membri di un ristretto club.

La cosa è evidentissima nelle pagine dedicate all'economia, dove si fa ampio uso di sigle e termini tecnici comprensibili solo agli iniziati, ma anche la semplice cronaca politica, o politico-giudiziaria (sì, nel nostro felice Paese esiste anche questa “specialità”) obbedisce a queste regole.

Si montano, in questo campo, delle vere e proprie telenovela: basta perderne una puntata per non riuscire a capire cosa diavolo sia accaduto. Nel giro di ventiquattro ore un'intera vicenda è riassunta come "il caso X": al "caso X" faranno riferimento i titoli degli articoli; solo del "caso X" si dirà nei loro testi. Basterebbe una riga per ricordare in cosa consista questo fantomatico caso, ma un simile spreco (in fondo il riassunto che veniva premesso ad ogni puntata dei romanzi d'appendice) pare eccessivo ai nostri monumenti di carta che, peraltro, trovano lo spazio per occuparsi d'argomenti che fino ad ieri erano propri dei rotocalchi.

Stesso identico discorso anche per quanto riguarda le leggi in discussione al Parlamento.

Di solito, ad onor del vero, un opportuno articolo, a volte molto ben fatto, spiega in cosa consista la nuova legge Y. Perso quello, però, il lettore è lasciato a vagare nel buio; in molti “pezzi” non è più fatto alcuno sforzo, seppur minimo, di spiegare in cosa consista la stessa legge. Spesso, e sono piccoli capolavori di letteratura dell'assurdo che possiamo leggere su ogni quotidiano, della legge Y non si ricorda neppure il tema.

Apprendiamo che Berlusconi ne è a favore, che Bossi minaccia la secessione se non passerà e che Di Pietro la considera pericolosa per la democrazia o per l'orso marsicano, ma tre parole - tre per ricordare cosa riguardi la legge Y, agli autori di articolesse ricche, peraltro, dei dettagli più irrilevanti, paiono di troppo.

Che a fronte di tutto questo ci si scandalizzi di fronte ai 140 caratteri di Twitter mi pare ridicolo. E’ verissimo che molte delle frasi che vi depositano i protagonisti della nostra vita pubblica non brillino per originalità o chiarezza, ma non sono più trite od oscure di quelle che sono riportate ogni giorno da televisioni e giornali. Perlomeno il gioco è scoperto: legge Twitter chi segue le gesta di quel personaggio e si suppone sappia interpretare anche testi così brevi. In rete, poi, una maggiore sintesi è ammessa; gli approfondimenti, se sono necessari, sono a portata di click.

Quello che dovrebbe preoccupare, e molto, i soloni della carta stampata, è che cittadini di ottima cultura, lettori assidui dei loro quotidiani, non abbiano, in realtà, la minima conoscenza delle questioni fondamentali della nostra politica. Che non sappiano neppure in cosa consista davvero il debito pubblico, prima ancora di non avere alcuna idea di cosa sia lo “spread” (chiamarlo differenziale fa venir male al pancino? Certo che chiederlo a chi sparava, sulla Libia, titoli a base di tanks degli insurgent che scorazzavano nel compound ...) e di perché sia così importante. Che non abbiano idea della differenza tra i capi degli esecutivi di altri paesi ed il nostro Presidente del Consiglio (non ho mai chiamato “Premier” Silvio Berlusconi per il semplice motivo che non lo era) o, addirittura , non ricordino neppure più quale sia il ruolo del nostro Presidente della Repubblica.

Dovrebbero chiedersi, magari dopo aver letto i messaggi che arrivano sui loro blog, come mai tanti dei loro informatissimi lettori non sappiano, davvero, un bel niente.


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Commenti all'articolo

  • Di (---.---.---.35) 20 marzo 2012 17:04

    Ho come l’impressione che l’autore di questo articolo e chi si lamentava della "troppa sintesi" di Twitter (per la cronaca Michele Serra su Repubblica.it, era troppo difficile scriverlo, sig. Schuler?) dicano in un certo senso la stessa cosa: l’autore si lamenta della "troppa sintesi" dei giornali (elettronici e non) e Serra di quella di Twitter.

    Mi sento di condividere entrambe le posizioni: quante volte, leggendo un filone di notizie non proprio dall’inizio, mi son chiesto "ma di che stanno parlando?" ed in effetti due parole due per chiarire l’ambito non guastavano (sui giornali online, oggi, per fortuna ci sono quasi sempre i link agli articoli precedenti).

    Peraltro anche la posizione di Serra, pur se per altri motivi, è molto condivisibile: non si riferisce solo a chi della stampa fa un mestiere (e che avrebbe il sacrosanto dovere di "espandere" i concetti, e non di sintetizzarli, dato che non scrivono SMS) ma proprio alla "cultura del nulla" che si sta creando fra la gente con strumenti come Twitter. Lo strumento in sè, in quanto tale, è ovviamente "neutrale". Possiamo tranquillamente dire (e Serra lo riconosce) che in certe situazioni ha una grande utilità.

    Purtroppo possiamo anche dire, e Serra, onestamente, fa anche questo, che il "tweet" sta diventando una comoda forma per "esserci senza dir nulla". E questa, mi sia permesso, non è "cultura" ma presenzialismo. Una cosa molto simile l’ho sempre stigmatizzata io stesso (che però non ho la stessa visibilità ed autorevolezza di Serra) riguardo ai cellulari: un’infrastruttura enorme, con capitali giganteschi in termini d’investimento per dire... cosa? "Maria butta la pasta"?... davvero ci serviva una rete così enorme, estesa per tutto il globo fin nello spazio, per dire delle così enormi caxxate? Da qui al paragone con Twitter (e/o con la e-mail di oggi, il cui contenuto è diventato al 90% spam) arriva da sè.

    Per buona pace dell’autore, senza per questo volermi mettere in mostra ma solo a titolo di "documentazione", frequento la rete dal ’92 (si: nel ’92 internet in Italia nemmeno c’era, ma le BBS sì) e, anche "per mestiere" (sistemista TLC per 10 anni), studio questo genere di fenomeni praticamente da allora: l’evoluzione della comunicazione digitale. Di sicuro non sono la persona che si mette a demonizzare uno strumento, ma mi si permetta di riconoscerne un uso "perverso".

    Sky

  • Di Daniel di Schuler (---.---.---.185) 20 marzo 2012 20:03
    Daniel di Schuler

    Non mi riferivo solo a Serra.

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