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L’impossibilità di farsi da parte. Il presentimento di Emmanuel Bove

 

In alcune culture arcaiche gli uomini, nel momento in cui cominciavano ad avvertire gli indizi della visita della morte, si allontanavano dalla comunità e sceglievano un luogo – in genere tabù se non per coloro autorizzati a dialogare con il sacro – per passare l’ultimo periodo di vita precedente alla partenza definitiva per l’aldilà.

Forse a questo pensa uno dei convenuti al funerale di Charles Benestau, il protagonista del romanzo Il presentimento di Emmanuel Bove, appena pubblicato da Lavieri in italiano (2012), quando mormora: “Ora capisco tante cose. Charles doveva aver avuto il presentimento della sua morte”. Ma forse questo amico del defunto sbaglia.

Richiamiamo brevemente la trama del romanzo. Charles Benestau, stimato e agiato legale di circa cinquant’anni, sposato e con un figlio, abbandona improvvisamente la famiglia, lascia il lavoro e le amicizie, e si cerca – fidando su una certa indipendenza economica e su un po’ di denaro che ha da parte – un appartamentino in una zona popolare di Parigi, la città dove vive, desideroso di svanire alla vista e all’invadenza di tutte le vecchie conoscenze – fratelli, moglie, figlio, amici, colleghi – e proponendosi di non farne di nuove. Sperando, insomma, di farsi completamente da parte dalla vita.

In realtà, Charles non ne può più di quelli che sente come rituali dell’ipocrisia, procedure del calcolo, liturgie della falsità di tutti coloro che gli stanno intorno.

E pensa che, finalmente, rifugiandosi in una zona estranea a quella frequentata dal suo mondo precedente, possa vivere isolato, solitario, diviso fra le passeggiate introspettive che fa per Parigi e la scrittura dei suoi ricordi – da quel che si capisce, non una “autobiografia” sistematica, ma una sorta di raccolta di episodi, di frammenti della sua vita precedente, che sembra riguardino più avvenimenti accaduti ad altri, anche se alla sua presenza, che a lui stesso. Un diario a posteriori in negativo, quasi, in cui la sua esistenza è affermata solo dal suo essere stato testimone di eventi altrui, marcando la sua estraneità alle cose, ai fatti del mondo.

Insomma, è un individuo dislocato, come tanti della sua epoca: si riconosce la sua appartenenza ad una borghesia radicata, antica, di imprenditori, di cui lui rappresenta la propaggine che è approdata alle professioni liberali. E che non si riconosce più nel mondo in trasformazione dei decenni in cui vive: quelli dell’esplosione delle metropoli, della fine dei rapporti di solidarietà, del passaggio dalla solidarietà meccanica a quella organica, per dirla con Émile Durkheim,

Ma, si sa, “il corso delle cose è sinuoso” (Merleau-Ponty, 2009), e le speranze di Benestau sono destinate ad essere frustrate. Lui stesso – forse illuso dalla diversa dimensione, più “tradizionale” che crede di riconoscere nel suo nuovo ambiente – finisce per farsi coinvolgere da una torbida vicenda che avviene nelle vicinanze della sua nuova abitazione e dalle sue conseguenze, decidendo di accogliere in casa una ragazzina, assumendo una donna perché la accudisca, poi un’altra, e subendo poi le maldicenze e i sospetti di coloro che, manipolati dalla prima delle due, vivono intorno a lui – tutto, naturalmente, a fin di bene.

Insomma, alla vita non si può sfuggire: ti risucchia, ti avvolge, ti conduce anche verso luoghi in cui non vorresti tornare. Non è possibile farsi da parte, inevitabilmente ci si fa coinvolgere, nonostante tutto l’impegno messo per evitarlo.

È la vita, piuttosto, che prima o poi si libera di noi, consegnandoci, quando è il momento, al dominio della morte.

Così, alla fine di questa sgradevole vicenda – che gli ha confermato come la fiducia negli altri sia sempre mal riposta – proprio quando Charles pensa di aver ritrovato il suo equilibrio, di essersi liberato da quest’ultimo colpo di coda della forza cogente della comunità, ha un malore, una piccola emorragia. Cerca di rassicurarsi, poi si preoccupa, alla fine si decide a farsi controllare da un medico: la diagnosi è pessimista, dovrebbe curarsi, ma Benestau rifiuta, decide di lasciar seguire alle cose il proprio corso. E alla fine, come succede a tutti, muore. Ma davvero aveva – come farebbe pensare la frase del suo amico – presentito il momento?

E, come gli uomini di epoche precedenti, aveva deciso di prepararsi al suo trapasso? Come ad esempio, un nobile plantageneta, conosciuto come Guglielmo il Maresciallo, conte di Pembroke, vissuto a cavallo fra il XII e il XIII secolo che, come documenta lo storico George Duby, quando si rese conto dopo un malore di essere vicino alla fine, si preparò a quella che veniva definita “la bella morte”, una dipartita sontuosa, cerimoniale, ostentata, ma che riconosceva la naturalità della morte? (Cfr. Cavicchia Scalamonti, 2007)

No, decisamente, perché nella fuga di Charles Benestau dalla sua normalità – già questa fuga una sorta di morte alla vita pubblica, fatale conseguenza della morte degli affetti familiari, sociali, amicali, dissipati dalla consapevolezza della loro falsità – non c’è sfarzo, non c’è cerimoniosità, c’è solo la volontà di sparire al mondo che gli era stato assegnato.

Pure, questo proposito sembra impossibile da realizzare. O perlomeno, nel caso del personaggio di Bove, appare molto difficile. Benestau è uno di quei personaggi – letterari, ma quanto reali! – che riescono a rappresentare appieno gli individui del Novecento: sofferenti, addolorati, desiderosi di sparire, come sottolinea Gianfranco Pecchinenda nella sua postfazione al romanzo (2012) citando Robert Musil, Franz Kafka, Hermann Broch, Thomas Mann. E forse, è ancor più vicino a noi dei giganteschi personaggi creati da questi scrittori, nel suo risultare incapace di una scelta radicale, ma alla ricerca di soluzioni intermedie, di vie di fuga, di strategie per mantenere un profilo sempre basso, di rendersi invisibile.

Nel suo spaventarsi alla scoperta della malattia, e nel successivo rassegnarsi al destino che lo attende, Charles mostra l’incertezza di cui sono preda le nostre identità, l’irresolutezza in cui galleggiamo, il nostro abbandono al flusso delle cose, la deriva verso l’infantilizzazione e la deresponsabilizzazione degli individui della nostra epoca.

Come – per rimanere nella scia delle suggestioni evocate da Pecchinenda – certi personaggi di un altro gigante del primo Novecento, lo svizzero Robert Walser, praticamente coetaneo di Bove, nato un decennio prima, morto un decennio dopo: lo Josef Marti de L’assistente (1990), del 1908 o lo Jakob von Gunten del romanzo omonimo (1992), pubblicato nel 1909, personaggi dislocati, privi di passato e appartenenza, alla ricerca di un anonimato assoluto, radicale, in fuga perenne dal mondo –dalle responsabilità.

Come Charles scrive per ricordare episodi della sua vita precedente, e quindi “esistere” solo come riflesso, come voce narrante di vite altrui, così Jakob tiene un diario, più tradizionale nella struttura, ma registrazione esplicita del suo desiderio di annullarsi, di esistere solo attraverso la sua natura di “servitore” – ciò che è, per scelta consapevole e caparbia, Josef Marti. Sparizioni morbide, insomma, non cruente.

Personaggi che non pensano, ad esempio, a soluzioni dirette, immediate, cruente come il suicidio, ma a scivolamenti morbidi, lenti, sotto traccia, verso l’oblio agli altri, a coloro con cui si è vissuto, con cui si è condivisa la propria vicenda, coloro che di riflesso hanno dato sostanza e ne tengono insieme la biografia. Ma da cui, lentamente, impercettibilmente, ci si allontana, quasi che con il passare del tempo e con il procedere delle frequentazioni, si colgano negli altri solo i tratti sgradevoli, inaccettabili, all’interno di routine sempre più insopportabili.

E forse, più che rappresentazioni dell’inconsapevolezza e della fragilità, personaggi come Charles Benestau sono proprio esempi di una nuova consapevolezza, di una accettazione del proprio destino, affidato alla sinuosità che le cose danno al corso delle vicende umane.

Di Adolfo Fattori

Letture

Emmanuel Bove, Il presentimento, Lavieri, S. Angelo in Formis, 2012.

Antonio Cavicchia Scalamonti, La morte. Quattro variazioni sul tema, Ipermedium, S. Maria Capua V., 2007.

Maurice Merleau-Ponty, Senso e non senso, il Saggiatore, Milano, 2009.

Gianfranco Pecchinenda, Come una mano invisibile: Emmanuel Bove e il presentimento, in Bove, 2012.

Robert Walser, L’assistente, Einaudi, Torino, 1990.

Robert Walser, Jakob von Gunten. Un diario, Adelphi, Milano, 1992.

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