"Le colpe sono individuali e non collettive; quelle dei padri, non ricadono sui figli. Quelle dei politici, anche se democraticamente eletti, non sono quelle dei loro amministrati".
Sono un italiano di confine, in tutti i possibili sensi del termine, e non vivo in Italia da molti anni; forse sono questi due dati della mia biografia a farmi amare in modo tanto viscerale il mio paese. A farmelo amare dell’amore di un tifoso adolescente che trova nella maglia della propria squadra un elemento di identità e, nel contempo, il senso di appartenenza ad un più alto destino collettivo.
Qualche anno fa, dopo una serata passata in compagnia di un altro emigrato a dire tutto il male possibile sulla nostra politica e su molti aspetti della nostra società, sono arrivato a dirmi che amo l’Italia come si ama la mamma; non ciecamente, ma in maniera talmente profonda da sfidare qualunque ragionamento e da sopravvivere a qualunque delusione: potrà anche essere str****, ma la mamma è sempre la mamma.
Amo l’Europa di un amore diverso e per certi versi più maturo. Mi sono sempre sentito europeo, intendiamoci; le origini tedesche di mio padre mi hanno fatto capire fin da giovanissimo che non bastava la mia italianità a definirmi, ma l’amore per l’Europa è venuto dopo, con gli anni.
Mi è nato dentro poco alla volta, mentre la vita mi portava a vivere in diversi angoli del continente; mentre diventavano sempre più numerose le città e le lingue che, in qualche modo, potevo dire mie. Mentre potevo constatare quanto fossero simili tra loro gli europei, quanto fossero comuni i loro modi di sentire prima ancora delle parole che li identificano;
mentre capivo quanta Europa ci fosse nell’essere italiano e quanta Italia ci fosse nell’essere europeo. Un processo graduale, quello della costruzione della mia identità europea, che è culminato quando mi sono trovato a vivere in altri continenti ed a confrontami con le loro culture: quando si è da qualche parte in Sudafrica o in India, un danese o un francese diventano compaesani; quando ci si trova a discutere con un gruppo di americani, specie di quelli più giovani, si è ai loro occhi europei prima di qualunque altra cosa.
Sono italiano ed europeo, dunque, come sono figlio di mia madre e membro di una famiglia allargata in cui ho imparato a riconoscere le mie radici. Credo che questa doppia identità, nazionale e continentale, sia comune a tutti gli europei; credo che possano negare la seconda solo quelli che non siano mai davvero usciti dal proprio paese e non si siano mai allontanati dall’Europa rifiutando pervicacemente di conoscere la propria stessa storia.
Credo che per i giovani questa doppia identità sia ancora più reale; che un erasmus dopo l’altro, una vacanza dopo l’altra e muovendosi per lavoro ormai in ogni angolo del continente, stiano costruendo nei letti e dentro i sacchi a pelo, un'unità europea che la miopia dei politici cinquantenni o sessantenni e degli elettorati loro coetanei non è in grado di riconoscere.
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