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Italiaffondando: niente soldi alla cultura e ai giovani una pedata

Sono sempre di più gli italiani che per trovare un lavoro, e soprattutto per trovarlo adeguato alla propria preparazione e decentemente pagato, sono costretti a prendere la valigia e ad andarsene.

Le loro mete? Le solite della nostra emigrazione. La Germania, che l’anno scorso ne ha accolti diecimila, la Svizzera, e ci sono andati in novemila, e il resto d’Europa. Tanti anche in Sudamerica (seimilacinquecento in Argentina; quattromila cinquecento in Brasile) e ovviamente, circa cinquemila, negli Usa. 

Nel 2012, in totale sono stati ottantamila, secondo i dati resi noti il 6 aprile dall’Aire (Anagrafe italiani residenti all’estero), con un aumento del 30% rispetto ai sessantamila del 2011, i nostri connazionali che hanno voluto/dovuto trasferirsi all’estero. Per la maggior parte giovani, in particolare trentenni, provengono da tutte le regioni, comprese quelle un tempo ricche del nord (e infatti da Lombardia, 13.000, e Veneto, 7.500, se ne vanno più che dalla Sicilia, 7.000, o dalla Calabria, 5.000). Sono più uomini che donne (56 e 44%) e sono, almeno per la metà, laureati o diplomati. Talenti in fuga? Il futuro del paese, semplicemente, che se ne va da un paese che, per conservare un modesto presente, ha rinunciato a investire nel proprio futuro.

La dimostrazione, se vi fosse bisogno di cercarla nelle cifre? Siamo il paese della UE che spende meno per la cultura (solo l’1,1% del Pil; esattamente la metà della media europea e meno anche della tragica Grecia), secondo i dati per il 2011 recentemente forniti da Eurostat, e il penultimo per quanto riguarda la spesa per l’istruzione (8,5% contro una media del 10,9%). Se consideriamo che la spesa pubblica italiana vale comunque la metà del Pil (il 49,1%) per l’esattezza, una percentuale “scandinava”, allo stato non mancano le risorse; è una decisione politica, quella di investirle altrove. Non quella di usarne una parte per pagare gli interessi sul debito (che pure non è stato fatto dai perfidi albionici, dai crudeli germanici o dai venusiani) che fanno ascendere la nostra spesa per i “servizi” fino al 17,3% del Pil, ben sopra il 13,5% della media UE. Certamente quella di continuare a spendere, nonostante la riforma appena varata tra mille proteste, più del resto d’Europa per le pensioni. Mentre per la difesa e l’ordine pubblico spendiamo come gli altri e per la sanità, fiore all’occhiello del nostro sgarrupato sistema, addirittura meno (il 14,7 contro il 14,9%), è li che va a finire, in mancanza di sussidi di disoccupazione, programmi di edilizia pubblica o aiuti alle famiglie, quasi tutto il 41% del Pil che dedichiamo alla “protezione sociale”.

Pensioni d’anzianità concesse in passato ai ragazzini (beh, a coetanei di quelli che ora, magari, devono andarsene a cercar lavoro in Germania), o pensioni d’invalidità assegnate a ciechi con la patente di guida, da una politica che solo pensava a comprare il consenso di una cittadinanza dispostissima a venderglielo.

La stessa politica che salvo un paio di lodevoli eccezioni (Prodi l’affamatore di pensionati e Dracula Monti, non a caso esecrati) ha continuato, magari con altri nomi e sotto altre sigle, a devastare i conti dello stato. La stessa cittadinanza che, non avendo imparato nulla da un trentennio di sviluppo perduto, sembra prontissima a votare, anche alla prossima occasione, per chi gli prometterà il maggior sconto.

E il senso del dovere? E quello di responsabilità verso le nuove generazioni?

Ai giovani, come sempre, quando non si è trovato modo di spedirli in qualche guerra, per dirla con un poeta lombardo “un bel timbro sul passaporto e una pedata nel culo”.

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