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 Home page > Attualità > Politica > Intervista a Bruno Tinti - Obiettivo: stop alle indagini

Intervista a Bruno Tinti - Obiettivo: stop alle indagini

Il pm dovrà attendere l’input della polizia per aprire un’inchiesta. Una matassa di provvedimenti che cancellano il sistema giuridico. Le critiche dell’ex procuratore aggiunto di Torino

La proposta di della colpisce la magistratura proprio nei punti più sensibili della sua natura: obbligatorietà dell’azione penale e indipendenza della magistratura dai poteri politici e dall’esecutivo. Sono i temi da anni al centro della riflessione di , ex procuratore aggiunto a Torino, autore per Chiare Lettere del recente libro La questione immorale.

Dottor Tinti, la del ministro Alfano è in dirittura di arrivo. Il provvedimento che prevede che sia la polizia, e non il pubblico ministero, ad avviare le indagini appare uno dei punti più controversi. È finita l’epoca dell’obbligatorietà dell’azione penale?
Stanno cercando di cambiare la Costituzione senza apparentemente modificarla, e quindi senza dover trovare la dei due terzi in Parlamento, che forse pensano di non avere, né affidandosi al referendum abrogativo, che già una volta gli si è rivoltato contro quando tentarono di cambiare la Carta. E’ ovvio che con questo sistema si vuole incidere sull’obbligatorietà dell’azione penale. Nel senso che il pubblico ministero, essendo un magistrato e perciò autonomo e indipendente, fa le sue scelte come crede. Per esempio, legge sul giornale una certa notizia e avvia un’indagine. Nel momento in cui noi gli impediamo di aprire un’indagine se non dopo aver ricevuto una denuncia della polizia, stiamo dicendo che lasciamo alle forze dell’ordine la facoltà di stabilire se un certo processo si farà oppure no. Il problema è che la polizia, a differenza della magistratura, non è né autonoma né indipendente, e quindi sarà sempre possibile per il potere politico impedire che un’indagine cominci col semplice espediente della telefonata del ministro dell’Interno al prefetto, del prefetto al questore, del questore al commissario, con le istruzioni «questa denuncia non si fa, questo rapporto non parte». È un modo per impedire alla magistratura di perseguire i fatti di malaffare che riguardano la classe dirigente.

Sembra quasi che si voglia tornare indietro, agli anni Sessanta e Settanta, in cui la magistratura viveva dell’iniziativa delle forze di polizia.
Si ritorna di fatto al vecchio Codice di procedura penale. Anzi, ancora più indietro. Bisogna tenere conto che noi magistrati anche con il vecchio codice eravamo comunque in grado di cominciare il processo. Oggi questo non sarebbe più possibile.

In pratica, dice qualcuno, i pm si trasformerebbero in notai.
Poi dovremo fare le indagini, ma naturalmente solo le indagini che il potere politico ci permetterà di fare. Più naturalmente tutto il ciarpame consueto.

C’è consapevolezza nel Paese di quello che sta avvenendo, delle conseguenze del progetto di ?
Nel Paese non se ne rendono conto assolutamente. Prima di tutto perché si tratta di tecnicismi, e poi perché questa ha un ministero della propaganda, chiamiamolo così, che se lo avesse avuto Goebbels ai tempi del nazismo oggi ci saluteremmo tutti con la mano alzata. È micidiale. Chi non ha Sky non sente nemmeno le notizie più banali. Non c’è nessuna informazione. Ed è anche il motivo per cui l’altro attacco è proprio all’informazione.

Inevitabilmente passiamo alla diffusione delle informazioni relative alle inchieste e alla stretta sulle .



La prima cosa che mi verrebbe da dire è che sono pazzi. Ma in realtà sono molto peggio, perché stanno consapevolmente e letteralmente impedendo le indagini penali su tutti i reati all’unico scopo di garantirsi l’impunità.

Facciamo un esempio?
Immaginiamo un sequestro di persona. Oggi in un caso simile l’unica cosa che si può fare è mettere sotto controllo i telefoni dei familiari. Con le nuove norme speriamo che lo richiedano, perché altrimenti, neanche quello si può fare. Ammettiamo, quindi, che invece di essere familiari che, come da tradizione, mandano avanti i loro rapporti diretti con i rapitori, pagano il riscatto senza dire niente a nessuno e cercano di non coinvolgere la polizia, siano persone che si rivolgono ai poteri dello Stato e che ci chiedano di mettere sotto controllo il telefono. Noi, semplicemente, potremmo ascoltare le telefonate dei rapitori, fatte chiaramente da qualche cabina telefonica perché nessuno è così cretino da usare il proprio cellulare per chiedere il riscatto. E stop. Magari qualcuno dei familiari ci dice che il giorno dopo il rapimento non è venuto a lavorare un dipendente, l’autista romeno. Oggi metteremo sotto controllo le utenze di questa persona. Magari non c’entra niente, ma l’intercettazione sarebbe motivata da un buon indizio, anche se non è un «grave indizio di colpevolezza», perché il fatto che l’autista non sia andato a lavorare non è univoco. Quindi, con le nuove norme noi non potremmo mettere sotto controllo i suoi telefoni. Ma supponiamo che acquisiamo qualche altro elemento e scopriamo che è un pregiudicato, che è amico di uno che è stato condannato per sequestro di persona. Intanto bisogna valutare se questi elementi siano considerabili come gravi indizi di colpevolezza.

Supponiamo di sì.
E quindi gli mettiamo sotto controllo i telefoni. Qui si aprono panorami incredibili. Lei non sa quali difficoltà ci saranno per fare queste cose. Va bene, diciamo che ce la facciamo. Non succede niente per 59 giorni. Al cinquantanovesimo giorno questa persona telefona a un suo amico dicendo: «Guarda, dopodomani vediamoci nel posto dove ci siamo sempre visti». Che ovviamente non sappiamo quale sia. Noi dobbiamo interrompere l’intercettazione il giorno dopo e non potremo tenere sotto controllo il telefono il sessantunesimo giorno seguendolo con il gps per sapere dove va. Fine. Vere follie.

Ma per reati di mafia, ad esempio, sarà possibile intercettare per periodi più lunghi?
Fino a due anni, ma con difficoltà procedurali incredibili. Le faccio un esempio. Pensi che bisogna andare al capoluogo di distretto con tutto il fascicolo. Quindi se l’indagine è presso una procura che dista 150 chilometri da Torino, io devo prendere una macchina, che non ho perché sono tutte rotte (qualsiasi procura è in queste condizioni), raccogliere tutti i faldoni, magari 200 perché tutto il fascicolo deve andare a questo collegio di giudici, e portarlo lì. Loro se lo tengono quanto basta. Io intanto non indago, dopo di che l’autista deve andare lì un’altra volta a riprendere tutti i faldoni. E questo deve ripetersi ogni volta che si fa una proroga alla richiesta di intercettazione. Sono delle cose… guardi, non so nemmeno come qualificarle: cose criminali.

Lei pensa che l’opposizione sia in grado di bloccare in qualche modo, di tamponare, le mutazioni avviate dal progetto di ?
Non sono molto ottimista in questo caso. Tutti, ed escluderei solo l’Italia dei valori, hanno come scopo principale quello di impedire il processo per i reati tipici della classe dirigente, ma questo ormai lo fanno da tanto tempo. Già la legge sulla prescrizione costituisce quasi una “fine cura”. Adesso l’obiettivo è diverso, più ambizioso. Bisogna impedire l’indagine. Bisogna impedire che il cittadino sappia che Ottaviano Del Turco è indagato. Mica è stato condannato Del Turco, però è una notizia dirompente. Bisogna impedire che il cittadino sappia che i leader del centrosinistra, D’Alema e Fassino, erano in qualche modo in rapporto con i “furbetti del quartierino”. È ovvio che ci siano quindi delle convergenze di interessi per cui tutti al momento buono, fanno finta di fare dei distinguo o di fare l’opposizione, perché hanno interessi comuni.

Anticipazione della storia di copertina di left -avvenimenti

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