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Immaginare le proprie vite. "La contemplazione" di Edgar Borges

L'Autore ne discuterà all'Instituto Cervantes de Napoles il 12 dicembre alle ore 17.00.

C’è una cifra specifica, nella letteratura sudamericana – almeno di quella in lingua spagnola – che la rende affascinante, straordinaria: u​n sottile sfondo di fantastico sotteso a tutte le narrazioni, che siano quelle “di genere” (qualsiasi cosa voglia dire), o siano quelle afferenti al mainstreamFantastico che nasce dalla doppia presunzione – a volte esplicita, a volte solo sottilmente evocata – che la separazione fra il romanzo e la realtà sia un’illusione, una pura e semplice convenzione; e che immanente al mondo sensibile vi sia un’altra sfera – oscura, inquietante, magica. Come il diaframma che c’è fra l’autore, il lettore – e la scrittura, che fa da interfaccia, insieme alla pagina stampata, fra le realtà dei romanzi e la realtà quotidiana.

E così anche in La contemplazione di Edgar Borges, scrittore venezuelano contemporaneo (Lavieri, 2013, pp. 175, € 15,00) ritroviamo la stessa propensione, fondata su un contratto di complicità che l’autore propone a chi legge, che presuppone il fantastico, l’inquietante. Complicità che non si limita a ridelineare, ridefinire – e rinegoziare – i confini del verosimile volta per volta in ogni singola narrazione, ma che obbliga il lettore a partecipare al lavoro dell’autore, ad orientare continuamente la direzione che la storia prende, riempiendo vuoti, fissando significati, costruendo mondi.

Uno sfondo, una premessa tacita, che ha a che fare con l’accettazione di un dato di fatto, qualcosa che risale a William Shakespeare, e al suo Amleto: “Ci sono più cose in cielo e in Terra, Orazio, che in tutta la tua filosofia”. Ci sono sfere di realtà, intrecciate con quella che noi pratichiamo, che non possiamo conoscere, ma che sono immanenti, e che fanno paura. La paura ha a che fare con l’ignoto, con ciò che non possiamo decifrare e descrivere. Ed è stata per decenni la materia prima del romanzo gotico, l’ambiente privilegiato dei terrori metafisici, il luogo dedicato allo scontro fra realtà mondana e sfere soprannaturali, fin quando non arrivò Edgar Allan Poe a disinnescarlo con Auguste Dupin, il protagonista dei suoi tre racconti di investigazione, mentre continuava ad esplorarne i territori negli altri suoi racconti – paura che poi si trasferirà nel thriller contemporaneo e nei suoi serial killer: creature della notte, dell’oscurità, esseri alieni, disumani, irriducibili, la progenie moderna dei mostri del soprannaturale. 

E in La contemplazione – e la traduzione di Gianfranco Pecchinenda rende bene questa cifra – c’è la medesima tensione ad alludere all’orrore di cose estranee, impensabili, che penetrano la nostra realtà, e contemporaneamente a mettere in scena i tentativi risibili degli uomini di dare un senso alla crudeltà più estrema e meschina – che proprio per questo fanno pensare ad un Male che ha origini estranee, metafisiche.

La storia apparentemente, è semplice, nei suoi lineamenti da thriller. Una persona (una donna? un uomo? un transessuale?) è in viaggio per raggiungere una certa calle 11, in una città che non viene precisata, e durante il suo viaggio ne scrive – ci viene di immaginare – rivolta a qualcuno che non c’è, alla persona di cui è innamorata, a cui pensa continuamente, mentre proprio la calle 11 è lo scenario di uno stillicidio di odiosi e meschini delitti – presumibilmente seriali.

Sulla catena di omicidi – tutti perpetrati ai danni dei più deboli – indagano due poliziotti, l’ispettore Chapman e il detective Colussi, che non si capisce se sono stati incaricati delle indagini da autorità desiderose solo di disinnescare l’attenzione per questa vicenda, o davvero preoccupate della sicurezza dei propri cittadini: due poliziotti che comunque si impegnano a fondo, pur non riescono a cavare un ragno dal buco, nonostante lunghi e meticolosi appostamenti, e la decisa determinazione a individuare e arrestare l’assassino, o gli assassini.

Ma a questa linea narrativa se ne intreccia un’altra, quella di uno scrittore (lo stesso Borges, ci è dato di credere) cui è stato rubato il manoscritto di un romanzo, intitolato La contemplazione. Uno scrittore che possiamo immaginare, noi lettori, sia l’uomo amato dalla persona del treno, e che a un certo punto diventa il sospettato principale per i due poliziotti. L’atmosfera è tesa, cupa, guardinga. Sospesa, come in attesa di qualcosa. Non tanto della soluzione dei crimini, però: questi sembrano troppo ineffabili… Piuttosto, del rischio che succeda di peggio, che ci sia chi osserva, dall’alto, dall’esterno, in attesa di colpire ancor più duramente. Di scuotere ancora più a fondo i pilastri delle nostre certezze. I personaggi si muovono in una sfera di esistenza dove un Male metafisico potrebbe essere metafora del male truce, terreno e banale tipico del Novecento sudamericano: le dittature, gli squadroni della morte, l’oppressione cieca e ottusa, le burocrazie sciatte e corrotte, fatiscenti e lumpen. O viceversa, che la crudeltà umana sia l’emanazione di una perfidia aliena, soprannaturale. Perché questa tensione, questo guardarsi alle spalle, di sottecchi, rispetto alle certezze della realtà, che in molta narrativa ispanoamericana si percepisce e usa come canale il perturbante, giocando continuamente fra il reale e il fantastico, diventa il luogo in cui si incrociano la realtà e il romanzo, si confondono l’uno con l’altro, rendendosi più reali a vicenda, celebrando la letteratura come forma di narrazione del Sé attraverso la narrazione di altre identità possibili, e quindi anche della propria, trasferita nei propri romanzi, realizzando il fine ultimo dell’immaginazione narrativa: collocare autore e lettore nel testo e fondere il testo con la realtà.

Viene in mente Milan Kundera, che in L’insostenibile leggerezza dell’essere scrive, a proposito dei rapporti far vita e romanzo “Sì, sono d’accordo, ma a condizione che la parola «romanzesca» non la intendiate come «inventata», «artificiale», «diversa dalla vita». Perché proprio in questo modo sono costruite le vite umane […] Non si può quindi rimproverare al romanzo di essere affascinato dai misteriosi incontri di coincidenze […] ma si può rimproverare all’uomo di essere cieco davanti a simili coincidenze nella vita di ogni giorno…”

Scrive Ricardo Montero su Quaderni d’Altri Tempi (2013) di come nel romanzo – ma in tutto il lavoro – di Edgar Borges riverberino in un continuo dialogo con lui “… Fernando Pessoa, Robert Walser, Georges Perec, Julio Cortázar, Thomas Pynchon, Claudio Magris e Peter Handke; ma anche Salvador Dalí, Henri de Toulouse-Lautrec, e ancora Carlos Gardel, Charlie Parker e Rubén Blades. Insomma un turbinio di narrazioni, in un certo senso una piccola lezione di letteratura, che ricorda molto da vicino l’opera di maestri anche contemporanei come Roberto Bolaño e lo stesso Enrique Vila-Matas”.

Verissimo, ma credo ci siano da aggiungere anche altri scrittori: sicuramente il José Donoso, dell’Osceno uccello della notte, l’Ernesto Sábato dello straordinario Sopra eroi e tombe, e ancora i contemporanei Reynaldo Sietecase, Ricardo Romero e il loro polizieschi fra il thriller e il noir, fino a riflettersi nel successivo, e divertente, L’uomo di Bruxelles dell’uruguagio Mario Delgado Aparaín.

Ma c’è ancora un autore che, credo, riverbera attraverso Edgar Borges: a proposito della narrativa scrive Robert Louis Stevenson, citato da Remo Bodei nel suo ultimo libro (2013), “La vera vita dell’uomo, per la quale egli accetta di vivere, ha luogo, tutto sommato, nell’immaginazione.”

Ecco, l’autore di due dei romanzi capitali del transito fra Ottocento e Novecento, L’isola del tesoro e Lo strano caso del Dr. Jekill e di Mr. Hyde, è stato uno degli autori più amati dal grande omonimo di Edgar, Jorge Luis Borges, un maestro della letteratura e della sua ineffabilità, colui che forse più di tutti è riuscito a rendere il senso della natura profonda della narrazione, praticando proprio il senso del fantastico di Stevenson, ma riuscendo a fonderne le radici anglosassoni con quelle ispaniche – “pagane”, se si vuole le prime, più “cattoliche” le seconde.

A pensarci bene, forse proprio da questa combinazione nasce la cifra – profondamente sacra – dell’immaginazione narrativa ispanoamericana: il fondere le inquietudini senza nome, arcaiche, ancestrali, dell’immaginario tradizionale anglosassone con il senso della colpa, del peccato, la percezione della presenza incombente di un dio inconoscibile, vendicativo, severo, della ortodossia cattolica dell’Inquisizione, delle processioni sacre, della religiosità più oscura e severa. 

Adolfo Fattori

 

Letture

Bodei R., Immaginare altre vite, Feltrinelli, Milano, 2013.

Delgado Aparaín M., L’uomo di Bruxelles, Guanda, Milano, 2011.

Donoso José, L’osceno uccello della notte, Cavallo di ferro, Roma, 2009.

Kundera M., L’insostenibile leggerezza dell’essere, Adelphi, Milano, 1985,

Montero R., Le cose nascoste nei libri, in “Quaderni d’Altri Tempi” 46/2913, http://www.quadernidaltritempi.eu/rivista/numero46/bussole/q46_b11.html

Romero R., La sindrome di Rasputin, Sellerio, Palermo, 2011.

Sábato E., Sopra eroi e tombe, Einaudi, Torino, 2009.

Sietecase R., Quanti ne dobbiamo ammazzare?, Dalai, Milano, 2012.

Stevenson R, L., L’isola del tesoro, Adelphi, Milano, 1998.

Stevenson R, L., Lo strano caso del Dr. Jekill e di Mr. Hyde, Giunti, Firenze, 2004.

 

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