Nel 1902 Lenin si chiedeva in una sua celebre opera "Che fare?". Ce lo chiediamo anche noi oggi con il nostro "gioco dei se e dei ma". Oggi ci risponde... oggi rispondo io. Già, oggi risponde Riciard.
Credo che un buon punto di partenza per dare una svolta alla nostra società sarebbe andare in bicicletta. Già, proprio così. Il socialismo può viaggiare solo in bicicletta, diceva il sottosegretario alla giustizia nel governo Allende, e figurarsi che io non voglio nemmeno fare la rivoluzione. E' una questione di ottica, di guardare la vita in maniera differente.
E' giunto il momento di scegliere non solo le energie rinnovabili, ma di puntare con forza su di un'economia a contenuto minimo di energia: nei paesi industrializzati la crisi energetica serve da pretesto per aumentare il prelievo fiscale per raggiungere nuovi processi industriali (Ivan Illich). E se siamo convinti che una crisi energetica esista, è ovvio che non la potremo risolvere aumentando la produzione.
Aumentare la produzione è l'imperativo di questa economia, che a mio parere, come dimostrato dai fatti odierni, ha fallito sotto molti punti di vista. Sarebbe più idoneo pensare a ridurre il proprio consumo di energia e ad investire in maniera proficua il "quanta" di energia pro capite.
Cosa c'entra con la bicicletta? Pensate un po': gli Stati Uniti secondo dati del 2006, investono nei veicoli tra il 25% e il 45% di tutta l'energia di cui dispongono, per farli muovere, per assicurare loro un diritto di passo, per spostare persone immobilizzate con cinghie. Pensate a tutto lo sforzo energetico che richiede un'automobile, dalla sua nascita alla sua quotidiana corsa in strada.
Ma non solo. L'automobile aumenta inevitabilmente le disuguaglianze sociali, fa abdicare l'uomo alla sua libertà di movimento e lo assoggetta a nuove categorie di tempo e velocità. L'uomo oggi spostandosi in auto evita tutte le situazioni che si potrebbero creare muovendosi a piedi o in bicicletta: incontrare un amico mentre si va al lavoro, passare dal parco e godersi un po' di verde, fermarsi ad osservare la propria città scorrere sotto i propri occhi.
L'uomo si sposta in itinerari pre-diseganti, predeterminati, in cui non c'è spazio all'immaginazione o all'improvvisazione, itinerari peraltro sempre più lunghi (più è capace l'auto di spostarti e più ti sposti) e più onerosi in termini di tempo e di denaro, nonché di stress. E l'auto costringe lo stesso pedone ad itinerari disegnati, a camminare su piccoli marciapiedi o a nuotare tra isole in mezzo al traffico stando attento a non essere investito. Le zone sociali delle città sono diventate "isole".
Parliamo del tempo. E' calcolato che un uomo in media dedica 1600 ore all'anno alla propria automobile. Ci sta seduto, fa benzina, la porta a revisionare, la parcheggia, la va a prendere, guadagna i soldi per comprarla, lavora per pagare l'autostrada, la manutenzione e via dicendo. Ogni giorno quattro ore delle sedici di veglia sono passate a mettere insieme tutto ciò che l'auto richiede.
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