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di Alessandro Busi (sito) sabato 19 novembre 2011 - 0 commento oknotizie
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Il rapporto tra Media e Movimento #Occupy

Come molti avranno notato, ultimamente faccio parte di un collettivo di blogger che si chiama NoClaps. Oggi abbiamo pubblicato un articolo di una giovane giornalista statunitense (Natasha Lennard), che ho tradotto e che tratta il tema del rapporto tra stampa e movimento #occupy statunitense. Il tema ci è sembrato importante soprattutto dopo il #mediablackout che la polizia di NY perpetra ormai sistematicamente quando procede ad azioni di sgombero di Zuccotti Park. Buona lettura.

Le manifestazioni #Occupy rappresentano un nuovo terreno di rischio per i reporter.

Nella notte del 14 novembre, quando la polizia di New York conduceva un raid a sorpresa per sgomberare Occupy Wall Street dal suo originario accampamento a Zuccotti Park, la stampa accreditata era stata spinta dalla polizia stessa in un recinto, dal quale era impossibilitata a guardare lo sgombero da vicino.

Josh Harkinson della rivista Mother Jones twittava dal vivo che era stato trascinato per terra e portato via dal parco dagli agenti. Il sindaco di New York Michael Bloomberg la mattina seguente ha difeso l’azione della polizia, sostenendo che i giornalisti erano tenuti a distanza per “proteggerli”. I commentatori su Twitter, nel frattempo, denunciavano quanto accaduto come un “media blackout”.

Il movimento Occupy Wall Street si è rivelato una sfida per i giornalisti fin da quando iniziò a New York a metà settembre e poi si espanse in più di settanta città degli Stati Uniti. Diffuso, amorfo, e senza leader, ha resistito alle tradizionali narrazioni dei media riguardo alla natura e alla struttura dei gruppi di protesta.

Oltre alle sfide teoriche, le redazioni devono adattarsi alla folla volatile e alle imprevedibili azioni della polizia. Più di mezza dozzina di giornalisti si sono infortunati o sono stati arrestati coprendo gli eventi Occupy in meno di due mesi.

I reporter della KGW-TV News dell’Oregon non seguiranno più le proteste di Occupy Portland in gruppi di meno di tre. Dopo che un manifestante mascherato spinse un giornalista e un uomo con la faccia insanguinata ne avvicinò un altro in maniera minacciosa, la direzione della stazione ha cambiato la sua politica decidendo di mettere più personale sul posto, per aiutarsi a vicenda.

“La situazione è costantemente in cambiamento, non possiamo usare vecchie soluzioni e vecchie tattiche per quello che sembra essere una circostanza nuova e in continuo sviluppo” ha dichiarato Mary Cavallaro, la vice direttrice esecutiva dell’American Federation of Television and Radio Artists (AFTRA), un sindacato che rappresenta più di 70.000 tra artisti e giornalisti.

La Cavallaro ha detto che l’AFTRA sta pensando ai lavoratori nel tentativo di fornirgli risorse e formazione, network di comunicazione e un equipaggiamento per i reporter sul campo.

Portland non è affatto la sola situazione in cui i giornalisti sono stati visti con ostilità dai manifestanti. Mentre coprivano lo sciopero generale a Oakland nella notte del 2 novembe, un furgone del network Russia Today venne preso in ostaggio da un gruppo in strada.

Da lì, la senior news producer, Lucy Kafanov, twittava “Gruppo R[ussia] T[oday] circondato dai manifestanti. Votano su quando lasciarci andare. Metà ci supportano. Metà no”. Ai reporter venne alla fine lasciato un passaggio, ma l’incidente parla da sé: i giornalisti non possono lavorare partendo dal presupposto che tutte le persone coinvolte nelle proteste Occupy vedano bene la presenza dei media.

L’International News Safe Institute North America (INSI-NA) ha avvertito i giornalisti che seguono le proteste, in particolare dove sono probabili grandi folle e conflitti con la polizia, che dovrebbero prepararsi come fossero corrispondenti esteri che coprono i conflitti.

Anche se la situazione, certamente, non è così pericolosa come una zona di combattimento in Afghanistan, comunque un metro reporter deve sapere dove posizionarsi nella folla, deve avere una giusta protezione, e deve conoscere i suoi diritti legali. Infatti, affrontare la polizia durante le manifestazioni Occupy è la sfida più grande di tutte per molti reporter.

“Fermare o arrestare un giornalista anche solo per pochi minuti può veramente colpire la sua possibilità di dare un pieno e accurato resoconto della situazione. E se i giornalisti devono costantemente avere paura di essere arrestati durante le proteste Occupy, questo avrà un effetto estremamente negativo sulla loro copertura”, ha dichiarato Bernie Lunzer, presidente dell’associazione di giornali, Communications Workers of America, aggiungendo anche che molti poliziotti non riconoscono i giornalisti locali o i loro cartellini stampa, pensando siano solo freelance e reporter alle prime armi.

Susie Cagle ha imparato tutto ciò nella maniera peggiore.

“Presumevo di avere una sorta di bolla di sicurezza grazie al mio pass per la stampa”, ha detto la Cagle, una reporter indipendente di Oakland, disegnatrice e fondatrice del collettivo Graphic Jornos. La Cagle era fra i 101 arrestati del 2 novembre a Oakland: “Quella sicurezza presunta l’ho abbandonata in pochi giorni”.

Raccontando la sua esperienza per Alternet, la Cagle ha scritto:

“Quando dissi al poliziotto che mi stava arrestando che ero della stampa, mi rispose subito, ‘ci occuperemo di lei in un minuto’. Questo in un minuto si tramutò in quindici ore in due celle diverse”.

Come la Cagle e vari altri reporter, anch’io sono stata arrestata durante un arresto di massa di manifestanti Occupy Wall Street. Il primo ottobre, mentre stavo facendo un servizio per il The New York Times, seguivo una folla sempre più numerosa sul ponte di Brooklyn. Nonostante indossassi il cartellino identificativo del New York Times e avessi spiegato che ero una reporter, non mi diedero nessun pass-stampa della polizia di New York e non fui autorizzata a lasciare il ponte.

La Cavallaro di AFTRA enfatizzava l’importanza che le redazioni equipaggino i loro giornalisti con segni distintivi che la polizia sappia riconoscere. Ma a giudicare dalle risposte della polizia da città a città, da circoscrizione a circoscrizione e giorno dopo giorno il modo di trattare i giornalisti e i manifestanti è simile.

Sono emerse alcune tattiche generali di controllo della folla: dove la polizia di New York aveva circondato la folla con nastri arancioni e aveva usato manganelli e spray al peperoncino contro i manifestanti, la polizia di Denver e Oakland ha usato gas lacrimogeni e proiettili di gomma. Tant’è che, l’editore del Bay Citizen, Steve Fainaru, venne colpito nello stomaco da un candelotto di un lacrimogeno sparato dalla polizia di Oakland, che gli scottò la pelle sulla mano.

L’INSI ha spronato i giornalisti e i suoi lavoratori a fare molta attenzione a come le tattiche della polizia possano cambiare in differenti regioni e situazioni, e a condividere queste informazioni apprese sul campo.

I manifestanti di Occupy Wall Street stanno sperimentando con nuove forme di politica, di relazione e di spazio. I media, a loro volta, stanno imparando ad adattarsi ai nuovi terreni da raccontare. Io, per prima, ho imparato a stare vicino al bordo della folla, sempre assicurandomi di avere una via di fuga, prima di ritrovarmi con le manette di plastica, ancora.

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