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Il declino demografico dell’Europa, prodotto del sistema economico dominante

Il numero di giugno dell’edizione italiana allegata di Le Monde Diplomatique dedica un dossier al declino demografico dell’Europa. Dalla lettura del dossier si evince in modo chiaro e netto come la crisi demografica dell'Europa è il prodotto del modello capitalista dominante. L'analisi interessa in pevalenza gli Stati dell'Europa dell'Est e Balcanica. I dati sono drammatici e molto simili a quelli che interessano il Mezzogiorno d’Italia e più in generale tutte le aree interessata da processi di deindustrializzazione, crisi economica e movimenti migratori che spostano masse di essere umani dalle periferie verso il centro rappresentato dall’asse del fiume Reno. La lettura del Dossier conferma quanto sostenuto altre volte su queste pagine e cioè che il sud dell'Italia, a differenza del blocco tosco -padano, ha molte cose in comune con l'Europa del’est nella quale rientrano: Ungheria, Croazia, Bosnia – Erzegovina, Serbia, Romania e Bulgaria e poco con la mitteleuropa.

Per PIl, livelli occupazionali, speranza di vita alla nascita, emigrazione, desertificazione demografica, invecchiamento della popolazione, ridotta infrastrutturazione ed altro ancora c’è tutta un’area geopolitica ed economica marginale rispetto al centro dell’Europa ed è ad essa funzionale. Scrive Rachel Knaebel a proposito della ex DDR e del Lander Meclemburgo - Pomerania sul Mare del Nord, il calo demografico è tale che chiudere asili nido, amministrazioni, scuole è diventata la logica conseguenza. Dato questo che richiama alla mente molte aree del Mezzogiorno. Negli ultimi anni solo a titolo di esempio la Basilicata ha visto chiudere progressivamente numerosi presidi pubblici ed è questo un dato che interessa tutte le aree del Mezzogiorno d’Italia interessate a spopolamento. L’esempio più eclatante è rappresentato dagli uffici postali. Un tempo al pari delle Caserme dei Carabinieri era l’istituzione che rappresentava lo Stato fin nel più piccolo comune, oggi è un dato sottoposto al’analisi costo/benefici e se è un costo dal punto di vista finanziario viene soppresso proprio come succede per le Caserme dei Carabinieri e non solo. Dai recenti dati Istat la Basilicata perde ogni giorno 7 abitanti. Il Sud secondo le proiezioni dell’Istat passerà dagli attuali 14,1 milioni ai 13,8 milioni nel 2025, ai 13,3 milioni nel 2035 e a 11,7 milioni nel 2055. Una tale proiezioni tiene conto delle tendenze attuali, cioè se le politiche economiche e sociali fino ad ora attuate saranno sostanzialmente le stesse. Ossia se i ceti dominanti di questa UE e gli interessi che essi rappresentano continueranno ad assecondare la logica del mercato per cui la concorrenza tra sistemi territoriali presenti nell’ambito dell’Unione Europea si trasformerà sempre di più in concorrenza oligopolistica bloccando qualsiasi modello di sviluppo alternativo a quello egemone. Come scrive la Knaebel la Croazia << In un decennio un quarto della popolazione potrebbe scomparire>>. Ad essere espulsi sono le nuove generazioni che preferiscono emigrare verso la Germania , per la precisione verso la ex Repubblica Federale Tedesca e non la Germania intesa nel suo complesso come si evince dal caso del Lander del Meklemburgo – Pomerania sopra richiamato. La Germania continua a reggere dal punto di vista demografico per i flussi migratori provenienti dall’ex DDR e dai Paesi dell’ex Blocco Sovietico.

La Germania si configura come vera e propria importatrice di capitale sociale e a tal fine ha organizzato vere e propri uffici di rappresentanza in molte capitali degli stati dell’Europa dell’est che selezionano e formano il personale utile al proprio sistema economico e sociale. Questa espulsione produce effetti terrificanti rispetto alla Croazia e non solo. Paesi come la Romania, la Bulgaria, l’Ucraina hanno visto perdere, negli ultimi anni, abitanti a vista d’occhio. Nella sola Italia quella dei rumeni è la più grande comunità straniera con circa 1,2 milioni di residenti. Potremmo dire che quasi tutti i rumeni in meno nel Paese d’origine sono residenti in Italia, in larga parte nel nord. Anche il nord Italia fa da attrattore rispetto alle aree depresse dell’Europa ne più e ne meno come le aree più sviluppate della mitteleuropa. Quando si parla di declino demografico dell’Europa non dobbiamo riferirci all’intera Europa ma solo a specifiche aree. Il primo effetto di un tale dato è di tipo politico. La fuga di centinaia di migliaia di persone inibisce qualsiasi ricambio della stessa classe politica e più in generale delle classi dirigenti. Si può affermare che l’espulsioni in massa di migliaia di persone dai Paesi di origine verso il centro dell’Europa è voluta dagli stessi ceti dominanti dei Paesi di provenienza dei flussi migratori. Ad andare via sono i migliori. Sono coloro che potrebbero dare un valido contributo al Paese di origine. Coloro che restano sono legati al mantenimento del sistema nel quale vivono e nel quale godono di una vera e propria posizione di rendita e stanno attenti a metterlo in discussione. Siamo in presenza di processi di conservazione dello status quo. 

Il secondo effetto è il progressivo impoverimento sociale ed economico di chi resta e nello specifico dei ceti sociali subalterni. Coloro che vanno via perchè espulsi favoriscono il controllo delle risorse scarse da parte dei ceti dominanti i quali non operano redistribuendo in modo equo le risorse ma operano in funzione del mantenimento di sudditi e clientes. Per capire il fenomeno è necessario riportare i dati demografici di alcuni paesi : Romania 19 milioni di abitanti, gli stessi di mezzo secolo fa. La Bulgaria è calata da 8,5 milioni di abitanti nel 1970 ai poco più di 7 milioni odierni. Ucraina agli inizi degli anni 70 aveva all'incirca la stessa popolazione della Francia oggi tra i due Paesi c'è uno scarto di 17 milioni di abitanti. Il modello capitalista dominante sta operando un vero e proprio genocidio mascherando tutto questo dietro una falsa idea di libertà Nella realtà coloro che da quei Paesi emigrano in Germania, in altri Paesi UE o nella stessa Italia sottolineo del centro - nord , accettano lavori con retribuzioni inferiori agli autoctoni e spesso e volentieri lavori di gran lunga inferiori alle competenze professionali acquisite nei Paesi di origine. E' questo un effetto che si riverbera anche sulla classe lavoratrice dei Paesi di provenienza e cioè su coloro che restano. Ciò che vale per quei Paesi vale per il Mezzogiorno. Il rapporto SVIMEZ del 2017 inizia“Il Sud non è più un’area giovane né tanto meno il serbatoio di nascite del resto del Paese e va assumendo tutte le caratteristiche demografiche negative di un’area sviluppata senza peraltro esserlo mai stata”. Negli ultimi quindici anni la popolazione meridionale è cresciuta di 265mila abitanti quella del Centro Nord di 3 milioni e 329mila al netto degli stranieri. Una crisi demografica confermata dal dato del 2016. “A rendere ancora più drammatico i dati è la costante perdita di risorse umane, spesso qualificate, che abbandonano il Sud per inserirsi in mercati del lavoro meno asfittici. Sono 1,7 milioni gli emigrati dal Sud negli ultimi 15 anni, con una perdita – al netto dei rientri (1 milione) – di 716mila unità, soprattutto giovani tra i 15 e i 34 anni (72,4%), mentre sono 198mila i laureati che hanno abbandonato il Mezzogiorno, circa 200mila dal Duemila. Perdita che, quantificata in termini economici, ammonta a circa 30 miliardi di euro.” I governi di quei Paesi, al pari dei Governi italiani che si sono succeduti negli ultimi anni, indirizzati dal mainstream economico hanno adottano politiche neoliberiste, di precarizzazione del lavoro, di riduzione dei diritti e di moderazione salariale per attirare investimenti. Di fatto hanno creano solo condizioni di sfruttamento che alimentano la fuga verso il centro. Questo modello di Unione Europea è inaccettabile. Molti dei Paesi dell'Est hanno governi nazional populisti. Quelli che non hanno governi di destra nazional populista hanno governi liberal liberisti e globalisti sostenuti spesso da coalizioni che vede insieme Liberali e Socialisti accomunati da un'unica fede: il mercato. Senza farla ulteriormente lunga ciò che manca è un pensiero di Sinistra il guaio è che oggi la Sinistra dopo essere stata per anni assimilata al liberismo economico fatica ad essere credibile. Se le tendenze sopra descritte non verranno arrestate avremo di fronte a noi un sistema sociale dominato da una minoranza sovranazionale e una massa di disperati in concorrenza con altri disperati anche essi espulse dalle loro terre.

C’è bisogno di ribaltare i paradigmi dominanti e ritornare al ruolo dello Stato e nello specifico allo Stato Imprenditore, programmatore e pianificatore. Non a caso le realtà sociali dove gli indici demografici non sono in calo sono quelle realtà dove il welfare state è, nonostante tutto, ancora funzionante. Le istanze di giustizia sociale, di libertà dal bisogno, di democrazia sono connaturate per cui ci saranno sempre forze politiche che si batteranno per realizzarle, non è detto che tali forze politiche potranno essere ricondotte alla categoria tradizionale di sinistra. Siamo in presenza di una grande sfida in primo luogo intellettuale che riguarda il futuro di tutti noi.

Commenti all'articolo

  • Di Kocis (---.---.---.238) 21 giugno 14:25

    L’eccellente numero di giugno di  Le Monde Diplomatique ( pubblicato dal quotidiano Il Manifesto) dovrebbe essere letto dai nostri attuali governanti, giusto per cultura e conoscenza di base, per trarre tutte le valutazioni necessarie per affrontare in maniera adeguata le dirompenti questioni che riguardano i processi migratori interni relativi all’Europa, le dinamiche dei profughi, quindi le gestioni economiche e sociali. Però l’ideologia destrorsa  e la disconoscenza che marchiano l’origine prevalgono in maniera assolutistica. Il merito è inesistente, privilegiando il gratuito spettacolo quotidiano.

    Un vivo ringraziamento a Gerardo Lisco che in maniera egregia ha sintetizzato gli articoli del Mondo Diplomatiche a cura di Philippe Descamps, Corentin Leotard, Ludovic Lepeltier-Kutasi, Rachel Knaebel.  

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