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Il business delle mostre dilaga in forme sempre nuove e disorienta gli amanti dell’arte, me compresa

Pochi giorni fa un trafiletto su Repubblica dall’accattivante titolo “E ai Capitolini arriva l’Apollo di Adriano”, mi ha fatto letteralmente saltare sulla sedia; <perbacco> ho pensato, <si tratterà di un’opera recuperata, un clamoroso caso degno del migliore ex ministro per i Beni e le attività Culturali Francesco Rutelli!> Vado a leggere ed ecco la delusione: si tratta dell’Apollo di Mantova che dal museo del Palazzo Ducale gonzaghesco è andato in prestito ai Musei Capitolini. Dico delusione non perché io disprezzi la bellissima statua databile all’epoca dell’imperatore Adriano (117-138 d.C.), anzi mi inchino di fronte a tanta incontenibile bellezza,

 

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ma non nascondo che questo ennesimo spostamento mi crea una certa inquietudine, soprattutto considerando che non si tratta di un evento isolato, escogitato giusto per dare splendore alla prima uscita pubblica del nuovo sovrintendente ai beni culturali del comune di Roma, Umberto Broccoli, ma al contrario inaugura una nuova iniziativa dal titolo “Ospitando…”, nelle cui intenzioni c’è lo sviluppo di un interscambio di opere d’arte tra musei con il quale si intende anche compensare l’assenza di altre opere d’arte a loro volta in prestito altrove (in questo caso l’Apollo sostituisce il Camillo già a Mantova per la mostra su Pier Jacopo Alari Bonacolsi, detto l’Antico).

Evidentemente non bastavano le circa 1600 mostre annuali a far spostare vorticosamente le opere da un museo ad uno spazio espositivo, da una storica galleria ad un altrettanto storico palazzo, ora ci si mettono anche gli interscambi tra musei: e noi amanti dell’arte che il fine settimana trasciniamo un piccolo trolley da una stazione all’altra attraversando mezza penisola solo per andare ad ammirare proprio quell’opera che da sempre sappiamo far bella mostra di sé in quel preciso museo? Oltre il sito di Trenitalia ed un lastminute per l’albergo, ora prima di partire diventa d’obbligo fare un’accurata ricerca in internet per essere sicuri di trovare, ad esempio lo Spinario, là dove l’abbiamo sempre saputo.

Oltretutto dietro questo fenomeno non c’è tanto un progetto culturale, quanto la prospettiva di un grandissimo business che in pochi anni ha fatto crescere vorticosamente il fenomeno mostre, tanto da regalarcene almeno una per ogni campanile della nostra bella penisola. E come sempre, quando la quantità prende il sopravvento è la qualità a farne le spese, ed il pubblico affezionato alle manifestazioni d’arte comincia a lanciare i primi segni d’insoddisfazione. Alla fine dei conti, poiché molto del denaro necessario all’allestimento di una mostra viene dai finanziamenti pubblici, noi finiamo per pagare due volte, una con il biglietto e l’altra con le tasse, un prodotto ben confezionato ma con poco contenuto.

Per dirla con il professor Guido Guerzoni, docente di Management delle istituzioni culturali e del mercato dell’arte all’università Bocconi, speriamo che non accada ciò che è successo alla RAI nella sua rincorsa alla tv commerciale, e che le gallerie pubbliche non cedano alla logica del botteghino a scapito della loro vocazione originaria che è semplicemente culturale e scientifica.

E lo spera, sinceramente tanto, anche la sottoscritta.


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