Le parole non contano, le parole sono pietre: e io mi sono rotto le scatole del Leghismo di sinistra.
Dopo anni di soprusi verbali e ideologici, da parte di un gruppo scalmanato di illetterati, confinati nella pianura piadina della loro mente, la parte “sana” del paese ha deciso di reagire.
Ma non è facile, si sa, in tempo di crisi economica e identitaria, argomentare contro le sparate populiste. Si finisce così a giocare a chi la spara più grossa: le parole non contano, le parole sono pietre.
Dicono che perfino gli operai che votavano comunista e gli immigrati votano Lega: il Leghismo, dunque, è una necessità storica, che nasce come costola della sinistra stessa.
Il tentativo è quello di tagliare il cordone ombelicale tra lo strato popolare-produttivo e quella supposta intellighenzia che nella difesa di tale strato dovrebbe trovare la propria ragione d'essere.
Così l'intellighenzia, sparuta e deprivata, ostaggio di carriere personali e ansia di rappresentanza, matura l'idea malata che due torti (o tre, o quattro) facciano un pezzo di ragione: le intuizioni brillanti di un Pd del Nord o del revanchismo neo-borbonico ne sono un patetico esempio.
Il Leghismo di sinistra è questa reazione al Padanismo dilagante che si realizza nel momento in cui si accetta la dicotomia Nord e Sud come punto di partenza di una narrazione alternativa a quella dei Bossi-Maroni-Calderoli-Borghezio.
E che non si accorge che, una volta accolta, la categoria Sud reca già in sé, per effetto di rappresentazioni centenarie, il virus del rapporto di dominio (Moe, The view from Vesuvius, Univ. of California Press, 2002).
Il Leghismo di sinistra prende a totem una dinastia, che aveva reso la capitale Napoli una città “asfittica e bigotta”, in cui “il disinteresse del cittadino per la politica era un preciso presupposto del regime” (Galasso, Intervista sulla storia di Napoli, Laterza, 1978), e che aveva liquidato nel sangue le rivendicazioni liberali della sua parte borghese (Cuoco, Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799, Laterza 1913).
Descrive il regno Borbone come l'Eldorado, nonostante la sua polizia politica e i suoi baroni e cardinali abbiano fomentato la genesi della criminalità organizzata nei mercati, nelle carceri e nelle conche d'oro (Sales-Ravveduto, Le strade della violenza, L'Ancora, 2006, p. 42) “Sarebbe sicuramente ingiusto, oltre che storicamente infondato, sostenere (…) che il Nord si industrializzò a spese del Sud. Né è tanto meno sostenibile che allora si sia realizzata nei confronti delle regioni meridionali una sorta di politica coloniale (...). Le cose sono alquanto più complicate” (Bevilacqua, Breve storia dell'Italia meridionale, Donzelli, 1993, p. 66).
Il Leghismo di sinistra racconta del saccheggio del Banco di Napoli, ad opera dei Savoia che volevano rifarsi della “Reconquista”, senza chiedersi sulla pelle di chi si fosse accumulato tutto quell'oro, prendendo la ricchezza di una parte per la ricchezza di tutti, ignorando cioè l'aforisma di Brecht, secondo cui il crimine non è tanto rapinare una banca, quanto fondarla.
Le cose sono alquanto più complicate, appunto.
Le auto-rappresentazioni retoriche, in cui i leghisti di sinistra si ghettizzano, concepiscono due Italie – di cui una forse a Nord, l'altra sicuramente a Sud di Roma -, due realtà politicamente e socialmente omogenee, in cui però non è dato sapere cos'abbia a che spartire il ventenne fattorino inchiodato a Secondigliano con lo studente del Vomero in Erasmus a Barcellona, che non possa piuttosto condividere col pari età di Tor Bella Monaca, di Begato, o di Molino Dorino (Lumley-Morris, Oltre il meridionalismo, Carocci, 1999, pp. 12-13; Petraccone, Le due Italie, Laterza, 2005).
Salve, grazie innanzitutto per l’attenzione. Il PD non è l’imputato numero della critica, così (...)
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