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I giganti della tecnologia ora puntano allo spazio

Negli ultimi anni la posizione egemonica del Big Techdei giganti del web, dei dati e degli algoritmi nei sistemi capitalistici occidentali si è consolidata, portando multinazionali del calibro di Facebook, Google, Apple ai vertici degli indici delle imprese per capitalizzazione e fatturato.

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 La forza degli algoritmi e l’interoperatività hanno rafforzato la potenza dei fuoco dei giganti della tecnologia, proiettando la loro influenza a un livello inimmaginabile per i grandi oligarchi del passato (dai robber barons del XIX secolo alle “Sette Sorelle” del petrolio del Novecento) e portandole ad agire in territori inesplorati. Perché se il capitalismo è, per sua natura, distruzione creatrice e continuo inseguimento della frontiera, il Big Tech ha portato questo concetto oltre ogni metafora.

Ad essere oggetto di espansione è stata la capacità d’azione delle multinazionali della tecnologia nel campo della gestione degli algoritmi in cui sono immagazzinati i dati di miliardi di utenti, portata in territori ancora inesplorati per la regola della legge: i grandi scandali che si sono ripetuti a cascata negli ultimi anni e sono culminati nell’avanzamento delle legislazioni civili sulla gestioni dei dati, come la GDPR dell’Unione Europea, non hanno fatto altro che manifestare la reazione politica e legislativa da parte delle autorità a un’azione troppo spesso arbitraria, in precedenza frenata solo dove il potere autoritario di uno Stato è riuscito a imbrigliare gli animal spirits del Big Tech. O in casi come quello statunitense, connotati da un’integrazione crescente dei giganti a stelle e strisce nella grande strategia di Washington, come dimostra l’esempio di Amazon.

E la corsa alla frontiera da parte del Big Tech, di recente, ha trovato una nuova meta d’elezione: nientemeno che lo spazio, teatro di una contesta geopolitica nei tempi della Guerra Fredda e, dagli Anni Novanta in poi, campo di battaglia strategico e, nell’ottica di numerose imprese, potenziale mercato capace di generare rendimenti notevoli.

Chi sono i “giganti” che puntano lo spazio

L’eccentricità di Richard Branson ed Elon Musk, con le loro Virgin Galctics e SpaceX, manifesta solo il volto sornione dei partecipanti a una grande battaglia per la conquista di un vero e proprio Eldorado per giganti che fanno del controllo dei dati, della mappatura digitale di luoghi, istituzioni, persone e consumi e della sua commercializzazione il core business.

Planetary Resources Inc., fondata dall’inventore di Google Larry Page, punta sul lungo periodo a mappare gli asteroidi e i pianeti del Sistema Solare per poter individuare i corpi celesti più promettenti sotto il profilo minerario. Il grande astrofisico Neil DeGrasse Tysonn ha dichiarato che, con ogni probabilità, il primo trilionario del pianeta sarà un “minatore di asteroidi”, facendo riferimento alla possibilità di ritrovare nello spazio metalli come nichel, cobalto e terre rare quando le risorse sulla Terra andranno via via in esaurimento. Un asteroide di dimensioni medio-grande 16 Psyche, dal diametro di 250 chilometri, potrebbe, ad esempio, ospitare nelle sue viscere risorse dal valore stratosferico di 10 quadrilioni di dollari, oltre 100 volte il Pil di tutti i Paesi della Terra.

In attesa di giungere a un obiettivo tanto rivoluzionario, i giganti dei dati puntano al guadagno immediato, da realizzarsi attraverso un affinamento delle capacità dei satelliti per le telecomunicazioni, definita da I Diavoli “innovazione militare in abiti civili, messa al lavoro dai nuovi padroni del mondo e dai loro eserciti di algoritmi”, in un momento in cui le grandi agenzie spaziali si focalizzano sulla ricerca scientifica più nobile e non riescono a regolamentare l’ingresso dei nuovi concorrenti privati.

“Ma non ci sono solo i satelliti, nodo fondamentale delle reti di comunicazione e di schedatura planetaria”, continua il sito di analisi finanziaria. “O i sistemi di lancio spaziale della Stratolaunch Systems di Paul Allen (cofondatore con Bill Gates della Microsoft). O le rotte da esplorare del progetto Breakthrough Starshot finanziato da Mark Zuckerberg (Facebook). Le nuove aziende aerospaziali in mano ai fondatori delle Big Tech puntano tutto sulla colonizzazione di lusso: organizzare viaggi esotici nel cosmo per pochissimi eletti, i superstiti della peggiore crisi di accumulazione del Capitale”. Branson e Musk, in questo contesto, appaiono come i precursori della nuova frontiera ma vanno, sotto diversi punti di vista, all’inseguimento.

Un oligopolio senza controllo?

Nell’azione del Big Tech, autoproclamato Prometeo dell’economia occidentale, abile a presentarsi come guida dell’innovazione e dello sviluppo economico, si riscontra altresì un’antica tendenza che caratterizza qualsiasi grande cartello imprenditoriale nel momento in cui questo raggiunge una postura egemonica: la costituzione di un oligopolio chiuso e la costante ricerca di rendite da estrarre. Se si esclude il caso della Cina, che complice le sue politiche autonome è stata capace di creare delle alternative nazionali, il Big Tech non è stato estraneo a queste logiche, e nella corsa allo spazio il mito della frontiera inesplorata e l’istinto rapace di un estrattivismo fine a sé stesso si fondono in quella che può apparire come una contraddizione solo dopo uno sguardo superficiale.

Sono nuovamente I Diavoli a venirci in aiuto: “Il core business del capitalismo delle piattaforme è infatti l’estrattivismo digitale, la raccolta dei Big Data – tutte i nostri movimenti in rete, cosa ci piace, cosa guardiamo, leggiamo, ascoltiamo, con chi interagiamo e dove ci soffermiamo più a lungo – con la duplice funzione disciplinare e biopolitica, di controllo e previsione dei desideri”. La proiezione verticale aiuterà a rafforzare questo controllo, in attesa di un nuovo estrattivismo fisico che è l’obiettivo finale di gruppi come Planetary Resources. Uno scramble for space come frutto dell’azione della nuova oligarchia del Big Tech, nei prossimi anni, non è affatto da eslcudere.

Di fronte alla postura assunta dal Big Tech, è giusto che i governi si pongano seri interrogativi. La protezione dei cittadini e dei loro dati, il cui immagazzinamento rischia di accentuarne la trasformazione in semplici consumatori o, peggio, beni di consumi, non è sufficiente. Gli esecutivi e le organizzazioni internazionali si trovano, nei confronti del Big Tech, impegnati in una corsa alle armi asimmetrica, consci di dover portare avanti una gara in perenne rincorsa. Una limitazione del potere d’azione delle grandi imprese della tecnologia è doveroso: una divisione delle multinazionali tra settori specifici d’azione o, ancora meglio, filiali nazionali rigidamente controllate aiuterebbe alla definizione reale di un “bene comune” digitale. Lo stesso discorso, in maniera ancora più sensibile, vale per lo spazio esterno al nostro pianeta. Common good per eccellenza, in cui è doveroso istituire una serie di diritti di azione e di regole di sfruttamento economico per prevenire abusi che potrebbero causare distorsioni nei rapporti di forza sulla Terra.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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