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Gratteri e quelle scorte che non hanno bisogno di fare showbiz

Ho visto Nicola Gratteri. Aeroporto di Lamezia Terme, Calabria. In attesa di partire per Roma, tra una telefonata e una lettura ai giornali del giorno dopo le dimissioni di Berlusconi, mi ritrovo a due metri di distanza il più importante magistrato nella lotta all’Ndrangheta, proprio di fronte a me. Lamezia Terme è un aeroporto piccolo, i gate di partenza sono stretti, quindi ci si affolla facilmente. Eppure Gratteri è comparso senza schiamazzi o fanfare. Come un viaggiatore qualunque, accompagnato da due uomini di scorti molto discreti, ma chiaramente consapevoli del loro ruolo, dei pericoli, e del fatto che se si protegge la vita ad una persona lo si fa seriamente. Sono tentato di andare a salutarlo, stringergli la mano per le dichiarazioni sempre lungimiranti che ho sentito nei suoi discorsi. Il pudore mi frena. Ma nasce subito una riflessione: sono in Calabria, lui è l’uomo più odiato dalla ‘Ndrangheta, perché non lo accompagnano direttamente all’aereo, perché non c’è il frastuono delle sirene?

Gratteri ha subìto e subisce minacce molto gravi. Non da oggi, bensì dal lontano 1989. Soltanto che la tivvù e i giornali lo hanno scoperto recentemente. Infatti se cercate Nicola Gratteri su google compare anche un’immagine ridicola del magistrato con i suoi uomini di scorta. Una foto a beneficio di qualche libro, di qualche circo mediatico che sono abbastanza sicuro non avrà trovato tutto il favore dello stesso magistrato e dei suoi uomini di scorta. Che ci si può fare se il motto di molte case editrici è: per vendere un libro si vende anche la propria mamma.

Eccolo lì davanti a me Gratteri, maglioncino blu, PC portatile (lavora su un Mac Air) e mentre scrive al computer i suoi due uomini non hanno pose ridicole, pistole in mano, sguardo da film. Sono lì, quasi a scomparire nella folla, ma gli occhi sono in movimento continuo: seri professionisti che valutano seriamente i pericoli. Qualcuno si avvicina a Gratteri, gli stringe la mano, qualcuno lo riconosce e sorride, altri passano distrattamente avanti. Ma siamo tutti lì, in pochi metri quadrati. La figura di Gratteri, normale passeggero in volo per Roma, consegna un sentimento di normalità alla lotta alle mafie. Non c’è nulla di supereroi stico, non c’è traccia di martirio personale, di una croce portata sulle spalle per la salvezza dei più. Gratteri con il suo sorriso e la suo jeans e il suo maglioncino blu, la borsa consumata consegnano la figura reale di un uomo dedito al suo lavoro. Una persona di cui ci si può fidare. Quando comincia l’imbarco, ecco l’unica eccezione: Gratteri si imbarca da solo e con le famiglie con bambini. Tutto qua. Neanche un privilegio. Infatti quando salgo la scaletta lui è lì, in prima fila. Io mi siedo appena due file dietro.

E di fianco a me, compare Pignatone. Non vorrei sbagliarmi, mi sembra proprio lui, cioè il procuratore capo di Reggio Calabria. Anche da come ha salutato lo stesso Gratteri, non dovrei sbagliarmi. Ecco ho timore che sull’aereo qualcuno ha piazzato una bomba. Dovrebbe essere blindato, invece si viaggia sereni e tranquilli. Quando tocchiamo terra, a Fiumicino si esce da un gate che ti fa subito mescolare con la folla dei viaggiatori in partenza. Gratteri scompare tra mille altre persone, con la sua borsa. La sua scorta sicuramente lo sta aspettando e lui sa dove andare per incontrarla. Tutto questo nella più semplice e volendo incredibile normalità di uomini che vivono una lotta in prima linea che non da mai tregua.

Perché mi meraviglio? Beh, siamo il paese dove alcune volte le scorte sono entrate pistola alla mano negli studi televisivi. Siamo il paese dove nessuno si accorge che c’è un circo mediatico attivo per rendere star mafie e antimafie, dimenticando il lavoro serio e la serietà dei più. Dove un Nicola Gratteri che viaggia con grande umiltà e serenità è una figura più potente da consegnare, di quella di macchine che stridono e urlano con voce blu, per impressionare per far vendere un libro in più. Le scorte conoscono i veri pericoli, sanno come affrontarli e sanno che scomparire sullo sfondo della quotidianità è la loro arma vincente. Ho visto Nicola Gratteri e mi sono sentito protetto. Ho visto Nicola Gratteri e mi sono convinto ancora di più che la lotta alle mafie è un lavoro quotidiano, serio, faticoso e sfibrante. Ho visto Nicola Gratteri e ho capito che il circo mediatico editorial televisivo è più pericoloso delle mafie stesse, nel creare falsi miti e pessime percezioni del reale. Ho visto Nicola Gratteri e ho compreso che le mafie si sconfiggono stando in fila come una persona comune, perché non ci sono martiri più in pericolo di coloro che sbattono in galera per davvero i cattivi ragazzi. Ho visto Nicola Gratteri e la Calabria e non solo mi sono sembrati posti assolutamente normali. Per la cronaca l’aereo è atterrato puntuale.

 (dedicato a Bruno De Stefano)*
 
*(ps: l’articolo è dedicato a Bruno De Stefano, ancora assolutamente in vita e in buona salute, ma che rimane uno dei rarissimi giornalisti e scrittori che si interroga sul circo mediatico e sullo star system delle mafie e delle antimafie. Era un pezzo dovuto per dimostrare che abbiamo ragione, anche se non sappiamo che tempo farà domani) 

Commenti all'articolo

  • Di (---.---.---.29) 14 novembre 2011 18:41

    Condivido le considerazioni di Sergio,credo che prima o poi un dibattito sul professionismo antimafia vada affrontato con serietà . Fermo restante il mio profondo disaccordo con le considerazioni del grande e amato scrittore Leonardo Sciascia, c’è troppa gente che ha fatto dell’antimafia civile un lavoro, una occasione per ricavarne di che vivere.
     Quando nell’immediato dopo unità gli italiani scoprirono l’esistenza del fenomeno mafioso immediatamente parti un dibattiti sul come risolvere il problema, dibattito cui pose fine il fascismo nel 1929 dichiarandolo risolto e tacitando malamente Cesare Mori che era di tutt’altro avviso. Da allora salvo rare eccezioni la soluzione della questione mafiosa è diventato un problema inesistente, non interessa più nessuno. Molti poi sono segretamente convinti dell’ineliminabilità della criminalità di tipo mafioso, ciò nonostante un profluvio di pubblicazioni sommerge chiunque si accosti al tema. Si parla di tutto, di ogni aspetto, di ogni problema, ma mai si affronta la questione del come porre fine ad un fenomeno che in Europa occidentale esiste solo in Italia e che soprovvive solo grazie ad un ceto politico corrotto che apre ai clan le porte dello Stato 

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