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di Sara Stefanini (sito) venerdì 3 febbraio 2012 - 0 commento oknotizie
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“Gocce di mercurio” di Giuseppe Bonaccorso

Una collezione di poesie scritte e pensate tra l’ottobre ed il novembre del 2011. Periodo, evidentemente, di molta ispirazione e di non poca malinconia che ha portato l’autore ad essere assorto in una nuvola di fumo.

Una collezione di poesie scritte e pensate tra l’ottobre ed il novembre del 2011. Periodo, evidentemente, di molta ispirazione e di non poca malinconia che ha portato l’autore ad essere “assorto in una nuvola di fumo”.

Una struttura scarna e senza rime che cela significati profondi espressi da similitudini e la continua presenza di puntini di riflessione come versi. Questi ultimi, come lo stesso poeta chiosa, non solo svolgono una funzione di separazione fra diverse tematiche ma anche di pausa “musicale”, nella quale “il lettore è costretto a fermarsi e, se lo desidera, lasciar fluire i pensieri liberamente”.

Il mercurio è un metallo pesante di un color argenteo altamente tossico, ma nell’antichità veniva visto come un elemento primordiale costituente la materia e si pensava addirittura potesse allungare la vita. Come tale, il mercurio può essere paragonato ai ricordi che compongono la materia grigia, ossia il cervello. Come il metallo argenteo, possono essere nocivi se eccessivamente considerati ma che, ad ogni modo, contribuiscono ad allungare la vita del passato di ciascuno.

Le parole che più ricorrono sono quelle riguardanti l’attesa ed il ricordo. “Mi dibatto tra memorie rivestite di cemento”, scrive nella poesia Ricordo il momento. La tematica principale è l’asprezza di eventi passati e nostalgici sguardi a ritorni mai avvenuti. Scene costruite con la ricercatezza delle parole, descrizioni minuziose che rendono viva l’immaginazione del lettore. Impressionante, infatti, è l’uso delle parole con l’accostamento nella realtà. Crea nitide immagini impossibili come “una spigolosa pietà”, “l’aurora sanguina nel cielo”, “ho dormito sotto una coperta di pietre”, una folla d’archi rotti”. Usa contraddizioni continue come “i morti ancora vivi” e “vecchi amici mai incontrati” che portano a un senso di vuoto colmabile solo con una riflessione introspettiva scandita dalla sempre presente punteggiatura. Un’accettazione amara del passato che si scontra con la realtà in maniera altalenante come l’uso del bianco e del nero con un intervallo di non colore.

Non descrive vie e strade ma sentieri e viali, molto più timidi e introversi, tortuosi e perigliosi angoli dello spirito. E l’adolescenza viene vista come un qualcosa che mangia, divora: “mordeva i giorni la trasecolata ostinazione come un cane la gamba d’una sedia”. Non è esattamente il ricordo che tutti hanno della propria infanzia, ma è parimenti interessante l’emozione che soli quattro versi riescono a regalare.

Giuseppe Bonaccorso è un ingegnere ma da sempre appassionato al mondo della riflessione e della poesia. Come un rigoroso ingegnere, infatti, ordina i pensieri in brevi versi colmi di sensazioni travolgenti. Ha scritto vari saggi e libri di narrativa tra cui Frammenti dal profondo, Il doppio cosciente, Storia di Pietro e Ballando con gli specchi.

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di Sara Stefanini (sito) venerdì 3 febbraio 2012 - 0 commento oknotizie
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