La tappa tarantina del Festival della Memoria. La Fabbrica dei Tedeschi.
Tre domande al segretario generale Cgil Taranto, D’Isabella
L’espressione cinematografica del concetto di “fabbrica” lascia sempre la sensazione di fallimento delle più nobili idee etiche sul lavoro. Dai fratelli Lumière al cinema contemporaneo, il cinema ha raccontato il conflitto inevitabile tra il potere economico e il lavoro operaio, tra l’interesse di pochi e il sacrificio di molti altri. L’associazione Casa Di Vittorio, a 53 anni dalla morte di Giuseppe Di Vittorio fondatore della CGIL, ripropone il tema della memoria e condivisione dei valori legati al mondo operaio e non solo.
Si chiama “Festival della Memoria” il progetto itinerante – ideato da Alessandro Langiu - nelle 5 provincie pugliesi che racconta, tra proiezioni e dibattiti, la difficile conciliazione fra due mondi complementari, ma spesso in aperto contrasto. A Taranto è stato dedicato il film “La fabbrica dei tedeschi” di Mimmo Calopresti, tra finzione in bianco/nero d’autore e stretta pressione documentaristica, in una lenta spirale di emozioni che non possono sorvolare sull’analogia tra l’incendio alla Thyssenkrupp di Torino, il siderurgico della città e le notizie di cronaca che passano senza neanche più tanto scuotere la pubblica indignazione.
Ci vuole uno “stile cinico” insinua, senza averne tutti i torti, lo storico Roberto Nistri nel suo provocatorio ed arguto intervento che ha anticipato la proiezione. E’ lo stile della notizia d’effetto, quella che tiene banco per qualche giorno in più proprio a causa del grumo di disperazione che si porta alle spalle. “Se l’operaio si lamenta è piuttosto fastidioso, ma se muore fa notizia: oggi è diventato un gladiatore sfigato, ha un destino di morte con il botto” conclude Nistri. La pellicola, a suo tempo (2008) seguita da un corteo di critiche controverse, non tradisce il senso di drammatico vuoto che l’assenza improvvisa e tragica di un uomo lascia intorno a se. Eppure l’incedere insistente su ciò che resta intorno a quel vuoto, a volte, sembra piuttosto un tentativo di suscitare emozione immediata che non la necessità di un ripensamento globale delle logiche sociali ed economiche. Ma forse l’attenzione immediata e ridondante verso gli eventi è proprio la diretta conseguenza di una voluta mancanza di riflessione, lenta e produttiva, a cui si è stati abituati.
Le è piaciuto il film, D’Isabella?
Sì, è un film molto duro, ma se la funzione del lavoro non torna nell’ambito quotidiano difficilmente potremo fare politiche sindacali efficaci. Il mondo del lavoro avanza solo se si creano alleanze con la cultura, se si riesce a catturare l’attenzione dell’opinione pubblica. Purtroppo prima ci si indigna davanti al “dramma”, infine si concentra la riflessione sul mondo operaio. Ritengo che gli uomini “di cultura” debbano parlare del lavoro, dei lavoratori. Gli operai nella cultura sono spariti. Invece occorre riaffermare la cultura del lavoro. Altrimenti solo gli episodi drammatici continueranno ad attirare l’attenzione su questo tema e mai se ne parlerà nella quotidianità, senza accenti di disgrazia.