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di Michele Mezza lunedì 3 ottobre 2011 - 0 commento oknotizie
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Gli ombrellini di Liberty Plaza

Obama stesso ammette le sue difficoltà per la rielezione. Ma perché è arrivato a questo punto? Dove ha fallito? Come ha fatto a consumare tanta credibilità e tanta speranza?

La notizia che rimbombava ieri, fra gli schiamazzi politici di casa nostra, mi sembra essere il lamento di Obama che paventa di non reggere alla prova delle prossime presidenziali.

Lo dico con un pizzico di legittimo, mi pare, orgoglio perché "Sono Le news bellezza", il libro edito da Donzelli che scrissi l'anno scorso, lo aveva ipotizzato più di un anno fa, fra i diffidenti lazzi generali.

Obama fa intendere che la crisi, presente e soprattutto futura, rischia di stritolarlo, di colpirlo politicamente nel suo vero core buisiness con il quale si era presentato agli elettori tre anni fa: We can.

Noi possiamo governare la crisi perché cambieremo le regole del gioco, annunciava messianicamente l'allora curioso candidato colored. E possiamo mutare le regole perché abbiamo cambiato base sociale e interessi da rappresentare.

In sostanza siamo in grado di domare l'orso e il toro di Wall Street perché non dipendiamo da esso, era il lucido messaggio che entusiasmava l'America.

Così non é stato.

Glielo ricordano le migliaia di persone che si stanno alternando a Liberty Plaza, proprio nei pressi della mitica Wall Street, dove indignados wasp stanno allestendo una Piazza Tahir occidentale.

Il crogiolo sociale della protesta americana è davvero interessante, come spiegava ieri su Repubblica Michel Moore, l'eccentrico documentarista americano che coglie con tempismo i fermenti sociali del paese.

Insieme ad un nocciolo di indignados tradizionali (giovani e precari) si stanno addensando ceti produttivi che toccano in pieno la mitica middleclass americana: piloti d'aereo, tranvieri, funzionari della pubblica amministrazione, insegnanti, medici.

E' questa la base sociale che denuncia la propria proletarizzazione, chiedendo ragione al milieu finanziario: tutti a Wall Street sede del nemico.

Qualcuno la chiama la vendetta dell'89, l'anno della caduta del muro di Berlino.

Quello spettro scacciato e deriso dal palcoscenico politico europeo, più che il comunismo diciamo una politica basata sull'ambizione di un'equità sociale strutturale, torna a scardinare la tranquillità dei vincitori, rendendo irrequieta la società occidentale e non adeguato il suo sistema politico-istituzionale.

Non senza ambiguità, i ribelli di oggi - spiega Ivan Krastev, uno dei più acuti e brillanti politologi contemporanei - "non si oppongono allo status quo ma vogliono preservarlo; è un 68 al contrario".

Mentre allora gli studenti gridavano di non voler vivere nel mondo dei loro genitori oggi, invece, scendono in piazza per difendere il loro diritto a salvare quel mondo.

E' questo il risultato di una modernizzazione che ha sgretolato le vecchie certezze fordiste - basate su fabbrica di massa, lavoro di massa, consumi di massa, protezioni di massa - ma che non riesce a dare un volto inclusivo alle potenze individualiste che sono oggi disponibili per ognuno di noi.


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di Michele Mezza lunedì 3 ottobre 2011 - 0 commento oknotizie
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